
[rating=2] Correva l’anno 2010 quando arrivò nelle sale quello che nelle intenzioni di Tim Burton doveva essere il sequel cinematografico di Alice nel Paese delle Meraviglie: nonostante le aspettative, Alice in Wonderland si rivelò però una delusione cocente per tutti i fan del regista di Edward Mani di Forbici e del suo attore feticcio, Johnny Depp. Talmente cocente che ci si augurava che la Disney avesse imparato la lezione. E invece non è stato così, come è dimostrato dal fatto che in questi giorni è arrivato nelle sale Alice attraverso lo specchio, film che prosegue le avventure dell’insipida Mia Wasikowska nello strampalato Sottomondo. Avventure che stavolta Tim Burton si limita a produrre, lasciando la regia (e le critiche) a James Bobin. Senza tra l’altro che si noti granchè la differenza. Purtroppo per Bobin. E per il cinema. Ma andiamo con ordine e partiamo dalla trama.
Alice, tornata nell’Inghilterra vittoriana, è diventata capitano del vascello Wonder. Una roba credibile quanto Donald Trump Presidente degli States. Nel frattempo il suo ex-fidanzato trama per umiliarla pubblicamente e vendicarsi così del rifiuto subito nel film precedente. E proprio mentre è alla ricerca di una soluzione ai suoi problemi, Alice si imbatte nel Brucaliffo che la riporta nel Sottomondo alla ricerca del sorriso perduto del Cappellaio Matto (il solito Johnny Depp sempre prodigo di smorfie e faccine). L’impresa si rivelerà più complicata del previsto, trasformando Alice in una novella viaggiatrice temporale grazie ad un marchingegno rubato all’unico personaggio salvabile del film, Tempo (Sacha Baron Cohen).
Insomma, è evidente che dalle parti della Disney il libro di Lewis Carroll sia ormai divenuto una copertura per sfornare film banalotti sui buoni sentimenti in cui la storia originale è solo un pretesto per offrire al pubblico un minestrone fantasy che spazia dalle verdure parlanti dalle fattezze arcimboldesche ai viaggi nel tempo.
Ovviamente il film non è tutto da buttare, qualcosa, parzialmente, si salva, come ad esempio gli effetti speciali che portano sul grande schermo un coloratissimo, e a tratti eccessivamente patinato, Sottomondo, lontano però anni luce dall’immaginario di Lewis Carroll. Ma su questo fronte c’è coerenza: perchè rispettare l’estetica carrolliana, quando si ha intenzione di stravolgere completamente la trama della sua opera? Certo, è un’esercizio lecito per chi ne detiene i diritti e anche auspicabile se si hanno delle idee originali, ma soprattutto coerenti con l’impianto narrativo di riferimento. Purtroppo però questo non è il caso degli sceneggiatori di Alice attraverso lo specchio, convinti, a torto, che la computer grafica sarebbe riuscita a mascherare l’ assenza di idee. Che ingenui.















