
C’è sempre una tensione particolare quando Pagliacci e Cavalleria rusticana tornano in scena insieme: non solo perché si tratta del dittico simbolo del verismo musicale, ma perché ogni nuova produzione è chiamata a confrontarsi con una tradizione esecutiva e interpretativa stratificata, spesso irrigidita in cliché tanto resistenti quanto difficili da scardinare. Al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino il ritorno dei due capolavori di Ruggero Leoncavallo e Pietro Mascagni avviene attraverso l’allestimento firmato da Robert Carsen creato nel 2019 per la Dutch National Opera.
L’idea portante di Carsen è chiara e dichiarata: invertire l’ordine consueto delle due opere e fare del Prologo di Pagliacci la chiave di lettura dell’intera serata. Non più Cavalleria come tragedia fondativa e Pagliacci come suo riflesso autocosciente, ma l’opposto: il teatro che si guarda allo specchio prima di raccontare la vita. Una scelta che sposta l’asse semantico dal realismo al metateatro, dalla rappresentazione alla sua messa in crisi.

In Pagliacci questa impostazione trova un terreno sorprendentemente fertile. L’opera di Leoncavallo, spesso banalizzata come puro melodramma di gelosia, rivela invece una struttura drammaturgica sofisticata, già intrisa di riflessione sul ruolo dell’attore e sulla violenza insita nell’atto del rappresentare. Carsen colloca l’azione nel dietro le quinte: camerini, specchi, luci di servizio, sipari che diventano superfici mobili del senso. Nulla è decorativo, nulla è pittoresco. Tutto è funzionale a rendere visibile la frattura tra identità privata e maschera scenica.

Di straordinaria efficacia è l’uso del coro, che in Pagliacci diventa vero e proprio dispositivo drammaturgico. Parte degli artisti è inizialmente collocata in platea, mescolata al pubblico reale: la quarta parete viene così abolita non come metafora, ma come fatto fisico. Quando il coro si alza, prende parola e sale sul palcoscenico, non assiste semplicemente all’azione, ma la legittima, la osserva, la giudica. È la società che guarda il dramma e, guardandolo, lo rende inevitabile. Il Coro del Maggio, preparato da Lorenzo Fratini, risponde con precisione musicale e disciplina attoriale esemplari, dimostrando una volta di più come la qualità corale sia uno dei pilastri di questa istituzione.

La direzione di Riccardo Frizza si inserisce con intelligenza in questo disegno. Lontano da ogni verismo urlato o compiaciuto, Frizza costruisce Pagliacci come una partitura di tensioni progressive, lavorando sui tempi distesi ma mai inerti, sulle transizioni armoniche, sulla continuità del discorso musicale. Ne emerge un’opera sorprendentemente moderna, dove l’orchestra non accompagna ma scava, anticipa, commenta.
Il cast asseconda questa lettura con grande professionalità. Brian Jagde è un Canio di grande forza e di notevole controllo espressivo; Corinne Winters disegna una Nedda inquieta, meno seduttiva che vulnerabile; Roman Burdenko, nel Prologo e come Tonio, si impone come vero perno drammaturgico, capace di unire autorevolezza vocale e presenza scenica, incarnando perfettamente la figura del mediatore tra scena e pubblico.

Se Pagliacci convince per coerenza e necessità interna, Cavalleria rusticana pone invece questioni più problematiche. Qui Carsen estende il dispositivo metateatrale collocando l’azione in un ambiente di retroscena teatrale o sala prove, dominato da sedie, leggii, superfici funzionali. Una scelta che, pur coerente sul piano concettuale, incide profondamente sulla natura stessa dell’opera di Mascagni.
Cavalleria non è solo un dramma di individui, ma una tragedia rituale, fondata sul peso della comunità, sul senso del sacro, sull’ineluttabilità di un ordine arcaico. Privata del suo contesto antropologico, la vicenda perde parte della sua forza tellurica. Il coro, trasformato in collettivo di lavoratori, non è più comunità giudicante ma gruppo funzionale; l’Inneggiamo smarrisce la sua dimensione liturgica; l’Intermezzo, cuore simbolico dell’opera, fatica a trovare una vera funzione drammaturgica in uno spazio che rifiuta la sospensione del tempo.

Le sedie, elemento scenico ricorrente, finiscono per risultare non solo simbolicamente ridondanti ma fisicamente invasive, ostacolando movimenti e passaggi e contribuendo a una sensazione di congestione visiva che contrasta con l’essenzialità tragica dell’opera.
Anche sul piano musicale si avverte una differenza di tensione rispetto a Pagliacci. Pur mantenendo un suono orchestrale di alto livello, la direzione di Frizza appare qui più uniforme, meno scavata nei respiri e nelle dilatazioni agogiche che fanno di Cavalleria un’opera di attese e improvvise esplosioni. Luciano Ganci offre un Turiddu luminoso e generoso; Martina Belli affronta Santuzza con intensità e misura; Roman Burdenko è un Alfio solido; Janetka Hoşco è una Lola sensuola anche se non incisiva; Manuela Custer non convince del tutto nel ruolo di mamma Lucia. Ma il contesto scenico tende a raffreddare il conflitto invece di esasperarlo.

Il risultato complessivo è quello di uno spettacolo di grande intelligenza teatrale, che riesce pienamente in Pagliacci e solo parzialmente in Cavalleria rusticana. Un verismo messo a nudo, riflesso nello specchio del teatro stesso, con tutte le sue contraddizioni. Lunghi applausi al termine della seconda recita.














