
Le Carnaval, Mascarade Royale di Jean-Baptiste Lully arriva al Teatro Comunale di Modena nella coproduzione con la Fondazione Teatro Comunale di Ferrara e restituisce al pubblico uno dei ballets de cour più emblematici del regno di Luigi XIV, in una nuova edizione critica curata da Bernardo Ticci, tassello significativo del più ampio progetto di riscoperta lulliana promosso dall’Istituto Giovanni Battista Lulli.
Debuttato al Louvre nel 1668 e ripreso nel 1675, Le Carnaval si configura come un raffinato mosaico di dieci entrées precedute dall’Ouverture, secondo un impianto drammaturgico che alterna episodi pastorali, caricature grottesche e tableaux esotici. Il libretto di Philippe Quinault – tra i principali artefici della tragédie en musique – intreccia figure allegoriche (il Carnaval, la Galanterie) e personaggi di estrazione comica come Barbacola o Monsieur de Pourceaugnac, mutuati anche dal sodalizio con Molière. Ne emerge una drammaturgia per accumulo, non lineare ma centrifuga, in cui la varietà delle “nazioni” (Spagnoli, Italiani, Egiziani, Turchi) diventa dispositivo spettacolare e specchio della corte più fastosa d’Europa.

Sul piano stilistico, la partitura conferma la cifra lulliana: declamazione sillabica aderente al testo, danza quale principio ordinatore della forma, controllo razionale degli affetti. L’Ouverture alla francese ne è il manifesto politico-sonoro: ordine, simmetria, gerarchia. In questo contesto, l’irruzione dell’aria italiana “Di rigori armato il seno” nella quinta entrée produce uno scarto percettibile: la scrittura ornata, ricca di diminuzioni, si staglia come citazione stilistica consapevole, quasi un controcampo rispetto alla compostezza francese.
La direzione di Federico Maria Sardelli, alla guida dell’Orchestra Barocca ModoAntiquo, si distingue per nitore architettonico e senso teatrale. Lungi dall’indulgere in una lettura meramente celebrativa, Sardelli privilegia la trasparenza delle linee e la calibratura dei pesi sonori, restituendo la danza come matrice strutturale e non come semplice ornamento. L’equilibrio tra buca e palcoscenico si rivela particolarmente efficace nei numeri d’assieme e nei passaggi corali, affidati a I Musici del Gran Principe preparati da Samuele Lastrucci, dove la scansione ritmica mantiene sempre una tensione interna vigile.

Il cast vocale affronta con competenza un repertorio che richiede precisione prosodica e controllo stilistico più che esibizione virtuosistica. Valeria La Grotta (Première dessus) e Giuseppina Bridelli (Deuxième dessus) delineano con timbri differenziati un efficace dialogo tra brillantezza e calore mezzosopranile; Philippe Talbot (Haute-contre) e Cyril Auvity (Taille) confermano la centralità della vocalità tenorile acuta nella prassi francese del Seicento, mentre Biagio Pizzuti e Alexandre Baldo assicurano solidità alla tessitura grave. L’insieme restituisce con coerenza la varietà affettiva della partitura, senza mai tradirne l’eleganza misurata.
Determinante, nella riuscita complessiva, l’impianto registico di Emiliano Pellisari, che firma regia, scene e coreografie con Mariana Porceddu. I danzatori della compagnia NoGravity trasformano il palcoscenico in un dispositivo illusionistico fondato sull’uso di uno specchio inclinato: i corpi, riflessi mentre si muovono al suolo, appaiono sospesi in uno spazio altro, sottratto alla gravità. L’effetto non è mero virtuosismo tecnico, ma coerente traduzione contemporanea della “maraviglia” barocca, categoria estetica fondativa del ballet de cour. In questo teatro ottico, anche la distinzione tra canto e danza si attenua: i cantanti, talvolta costretti a posture inconsuete, entrano fisicamente nel gioco illusionistico, in un dialogo serrato tra suono e immagine.

I costumi di Daniela Piazza e Nora Bujdoso insieme al disegno luci di Pellisari con Gregory Zencher completano un quadro visivo di forte coerenza stilistica, privo di invadenze tecnologiche e tuttavia capace di parlare allo spettatore contemporaneo: davvero splendido il costume del primo quadro con il re/bombo che fluttua nell’aria.
Questa produzione modenese di Le Carnaval dimostra come la filologia, quando sostenuta da una visione teatrale consapevole, possa generare un evento scenico vivo. Lulli, architetto del suono e della rappresentazione monarchica, riemerge non come reliquia di corte, ma come interlocutore attuale: il suo Carnevale, maschera ambigua di ordine e trasgressione, continua a interrogare il nostro sguardo sul potere, sull’identità e sulla festa.
Convinti e prolungati gli applausi del pubblico, a suggellare un’operazione che coniuga rigore musicologico e autentica forza spettacolare.














