
Il genere umano è davvero destinato all’estinzione? E quanto siamo ormai vicini alla nostra auto-distruzione?
Sono questi gli interrogativi che restano uscendo dal teatro, insieme alla sensazione -più profonda- che la storia del genere umano non sia stata altro che una lunga, atavica ricerca di una via d’uscita dalla propria natura autodistruttiva. È ciò che lascia Croniques, ultimo lavoro della compagnia belga Peeping Tom. Fondata da Gabriela Carrizo e Franck Chartier nel 2000, Peeping Tom è tra le compagnie di teatro-danza più anticonformiste e visionarie della scena internazionale.
Cinque uomini sono come intrappolati in una sequenza di scene: i loro movimenti sono straordinari, nel senso proprio di “fuori dall’ordinario”. Subiscono scosse sismiche, rispondono a eventi meteorologici e a mutazioni, reagiscono – quasi – a repentini cambi di gravità o materia, rimbalzando come fatti di gomma sul pavimento scenico.

Dalla preistoria al medioevo, dalla religiosità popolare e magica fino ai viaggi nello spazio e all’edonismo moderno: lo spettacolo non racconta una storia nel senso tradizionale, ma costruisce una serie di scene che si inanellano tra loro come in un meccanismo chiuso e ripetitivo. Le scene, infatti, si richiamano e si trasformano ma non portano mai a un vero sviluppo e ogni tentativo di uscita viene subito riassorbito. Una metafora dell’assenza, nei millenni, di una reale evoluzione della specie. C’è anche la tecnologia, a un certo punto, che però sembra limitarsi a riprodurre gesti e movimenti umani (dei performer), incapace quindi di spezzare questo circolo vizioso.
E anche se sono disseminati diversi elementi ludici o stranianti, come l’entrata dei guerrieri nani conquistadores o il momento in cui un performer intona “I Can’t Stop Loving You” di Ray Charles, il riferimento al presente – e ai momenti bui che stiamo vivendo – emerge con chiarezza. Non in modo esplicito, ma come eco costante: nei corpi, nelle dinamiche, nelle tensioni.
A poco a poco prende forma l’idea di un’umanità bloccata in un loop, incapace di uscire da dinamiche che si ripetono identiche nel tempo: violenza, sopraffazione, paura del diverso, bisogno di creare rituali e cultura per darsi un ordine e un senso.
Allo stesso modo, è evidente l’assenza di qualsiasi concessione alla danza in senso più riconoscibile o armonico: il movimento resta sempre irregolare, disturbato, spesso portato al limite e, quando sembra diventare più fluido o leggibile, viene subito interrotto. È una scelta precisa: non offrire allo spettatore un momento di respiro o uno spazio di bellezza rassicurante.

Significativo è il lavoro visivo: le luci, precise, quasi oniriche, trasformano i corpi, li alterano, contribuendo a quella sensazione di slittamento tra reale e irreale. Le scenografie, enormi e suggestive, non fanno da semplice sfondo ma si aprono e partecipano attivamente alla costruzione di questo spazio chiuso, mutevole, che ingloba e condiziona i performer.
Quello che resta, quindi, alla fine, è una sensazione ancora più radicale: siamo dentro un ciclo che non sappiamo più spezzare. Siamo intrappolati, forse destinati. Croniques sembra suggerire che questo continuo ripetersi del comportamento umano possa portarci fino a un esito estremo. Forse inevitabile. Forse proprio l’estinzione.














