Le altre voci di Ambra Senatore

Con D’altro canto, Ambra Senatore costruisce un assolo abitato da molteplici presenze, tra gesto, memoria e resistenza

Ambra Senatore in D'altro canto foto di Bastien Capela
Ambra Senatore in D'altro canto foto di Bastien Capela

Lo sradicamento è materia pericolosa, a teatro. Scivola facilmente verso il lamento, verso la retorica della sofferenza. Ambra Senatore sembra saperlo bene, e in D’altro canto lavora esattamente in quella zona di pericolo, con una disciplina formale che tiene tutto in equilibrio.

Lo spettacolo, presentato in anteprima italiana il 9 maggio nello spazio teatrale Dello Scompiglio e già circolante in Francia con il titolo Par d’autres voix, porta su di sé i segni di un lavoro lungo e stratificato. Non è la solidità di chi ha blindato ogni scelta, ma quella di chi ha lasciato sedimentare il materiale fino a farne trovare da solo la sua forma.

Il punto di partenza sono donne: afgane, iraniane, figure di un Medio Oriente in cui la libertà femminile è ancora materia contesa, spesso negata. Ambra Senatore ha costruito questo lavoro immergendosi in una letteratura di testimonianze e autobiografie, e quella lettura affiora nelle storie di corpi che non si appartengono, di vite scandite da regole che non hanno lasciato spazio alla scelta. Non costruisce un catalogo di vittime né un pantheon di eroine: porta in scena tracce, frammenti di esistenze che attraversano il suo corpo senza risolversi in simboli. Un assolo che è in realtà una moltitudine, e questa è forse la qualità più rara da vedere in scena: una presenza capace di contenere la molteplicità senza dissolversi in essa.

Ambra Senatore in D'altro canto foto di Bastien Capela
Ambra Senatore in D’altro canto foto di Bastien Capela

La scrittura scenica è teatro-danza nel senso più rigoroso del termine: un mix calibrato di parole, gesti, movimenti che non cede mai completamente né all’uno né all’altro registro. I gesti sono incisivi, a tratti bruschi, fatti di lotte, cadute, resistenze fisiche. Poi ci sono gli oggetti: portano in scena la tradizione, una storia che affonda le sue radici nella sabbia, e diventano filo conduttore silenzioso tra storie diverse che condividono la stessa trama di fondo. L’humour non alleggerisce il peso dello spettacolo. Vi entra di traverso, in modo straniante, facendo emergere anche nelle vite più oppresse una componente grottesca.

Il dialogo in tempo reale con Solène Le Thiec, che manipola dal vivo le musiche originali di Jonathan Kingsley Seilman, non è accompagnamento ma una seconda voce drammaturgica. La voce di Ambra Senatore torna in loop, come un’eco che si sdoppia, si allunga, si perde e riappare.

La costruzione per quadri, frammentata ma leggibile, accompagna lo spettatore senza smarrire il filo. E proprio dentro un dispositivo scenico essenziale, il lavoro coreografico trova soluzioni non banali, sempre capaci di sottrarsi al già visto.

A restare in scena, alla fine, sono una striscia di sabbia, qualche gomitolo di lana colorata e una costellazione di merletti che galleggia nel buio. Poco, e scelto con cura. Ed è proprio in questa leggerezza che D’altro canto trova la sua cifra: una traccia sottile, quasi domestica, che individua però con precisione una linea narrativa, quella di un mondo femminile arcaico che riemerge dal passato senza clamore, portando con sé storie che non hanno ancora finito di raccontare.

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