“The Human Stain”, otto pittori alla Galleria De Cardenas

Fino al 30 luglio a Milano. Sulle tracce dell’umano: indagini pittoriche su fragilità, memoria e ambiguità.

Michael Ajerman, Grip, 2019 Oil on linen 35 x 40 cm
Michael Ajerman, Grip, 2019 Oil on linen 35 x 40 cm

La mostra alla Galleria De Cardenas (via Viganò 4, Milano) si intitola The Human Stain – un titolo efficace che richiama, non a caso, il celebre romanzo di Philip Roth. Otto pittori, provenienti da percorsi diversi, si confrontano con la figura umana e con tutto ciò che essa porta con sé: contraddizioni, sogni, omissioni. Ma è ancora possibile «cogliere l’essenza» dell’essere umano? I filosofi l’avrebbero chiamata eidos: ciò che rende l’uomo identico a se stesso oltre le differenze individuali. Platone postulava un’umanità ideale e universale; Antistene, più materialista, restava invece ancorato al singolo, concreto e imperfetto. È proprio questa tensione tra universale e concreto che attraversa la mostra.

Gli otto artisti qui esposti descrivono l’umano come una macchia sfumata: figura carica di errori e ambiguità, ma anche di passioni e slanci. La “macchia” del titolo, che nel romanzo ha una valenza morale, si trasforma nelle opere in un’indeterminatezza che avvolge l’esistenza, rendendola insieme drammatica e magnetica.

Qualche cenno alle opere e agli autori.

  • Michael Ajerman. Nei corpi di Ajerman domina l’immobilità: figure sospese, quasi “carne” lasciata a respirare, come osserva il critico Antonio D’Amico. L’effetto è di una cortina cromatica densa che soffoca identità e gesti, rendendoli enigmatici. Ne è esempio “Grip”, coppia di nudi il cui rapporto resta volutamente oscuro.
 Emilio Gola, Alice II, 2026Oil on canvas 180 x 115 cm
Emilio Gola, Alice II, 2026
Oil on canvas 180 x 115 cm
  • Emilio Gola. Giovane pittore milanese, Gola rappresenta la sua generazione in momenti quotidiani e informali: amici, hobby e oggetti che rimandano a un consumismo accumulativo. Le sue scene tradiscono provvisorietà e inquietudine. In “Alice II” (opera di grandi dimensioni) una giovane dallo sguardo perso siede tra gomitoli e tele abbozzate; l’immagine suggerisce noia, delusione o attesa di un’ispirazione che tarda ad arrivare.
  • Erin Lawlor. L’artista inglese ha scelto l’astrazione dopo un periodo figurativo. La sua pratica – la tela stesa a terra e la tecnica wet-to-wet  – rende il quadro non una finestra ma una sorta di botola che apre profondità emotive. In “Allegory IV” affiora uno strato figurativo in movimento: immagini evanescenti che sembrano nascere dall’istinto più che dalla forma predefinita.
  • Christopher Orr. La luce è centrale in Orr: crea atmosfere senza tempo e paesaggi che ricordano ricostruzioni oniriche. Il richiamo a Turner è sensibile, ma qui si aggiunge un velo di mistero che nasconde piuttosto che rivelare. “Falling Away like Dust” mostra giovani bagnanti su una spiaggia che paiono destinati a dissolversi, come granelli di polvere.
 Christopher Orr, Falling Away like Dust, 2022Oil on french poliester linen. 60 x 50 cm
Christopher Orr, Falling Away like Dust, 2022
Oil on french poliester linen. 60 x 50 cm
  • Alessandro Pessoli. L’artista italiano trapiantato a Los Angeles usa ironia e grottesco per sondare il subconscio. Nei suoi lavori convivono richiami fiabeschi e riferimenti alla tradizione (talvolta rinascimentale), ma la figura è spesso scomposta, dilatata o spezzata. In “The Golden Hour” riaffiora un’eco botticelliana filtrata attraverso un’immaginazione visiva che rivela solitudine e dramma.
  • Gideon Rubin. Nell’opera di Rubin i volti si svuotano: i tratti somatici si cancellano e la figura – talvolta ritratta di spalle – perde identità senza però cercarla. Le sue immagini, spesso originate da vecchie fotografie, si stemperano in intime atmosfere di memoria e solitudine. Anche un bacio come in “Untitled, 2026” assume l’aspetto di un incontro tra manichini: ricordo e distanza più che slancio affettivo.
 Gideon Rubin, Untitled, 2026Oil on linen mounted on board, 40 x 30
Gideon Rubin, Untitled, 2026
Oil on linen mounted on board, 40 x 30
  • Guy Yanai. Con colori pastello e superfici stratificate, Yanai costruisce immagini essenziali e nitide, come mosaici giustapposti. Questo rigore produce una rarefazione contemplativa: scene animate – per esempio “Eric, 2026”, che ritrae un regista al lavoro – diventano ieratiche e sospese sotto il suo pennello.
  • Ivan Seal. Forse il più enigmatico del gruppo, Seal propone forme che sembrano modellate in argilla: figure ambigue, difficili da decifrare, collocate in spazi ampi che ne amplificano il mistero. In “the intent temps this” (2015) la natura morta – se così si può chiamare – evoca una materialità scomoda, al confine tra umano e inorganico.

In definitiva, The Human Stain non pretende di offrire risposte definitive sull’“essenza” umana. Piuttosto, la mostra propone otto indagini visive che convergono su un’intuizione comune: l’umano è macchia, omissione, sovrapposizione di ricordi e immagini, una figura che sfugge a ogni contorno netto. Ed è proprio in questa sfumatura, tra dramma e fascino, che risiede la forza del progetto curatoriale.

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