La gatta sul tetto della menzogna

Leonardo Lidi porta in scena Tennessee Williams al Teatro Metastasio di Prato, tra ferocia, desiderio e crollo patriarcale

La gatta sul tetto che scotta ph Luigi De Palma
La gatta sul tetto che scotta ph Luigi De Palma

La gatta sul tetto che scotta appartiene a quella drammaturgia che non invecchia perché non consola. Tennessee Williams costruisce un mondo fatto di desideri repressi, bugie, violenze sottili e paure che tengono insieme la famiglia come un patto forzato. Quando il patriarcato si incrina e il re muore, ciò che resta non è la verità, ma il panico. Leonardo Lidi affronta questo crollo senza edulcorazioni, restituendo al testo la sua ferocia originaria.

È un dramma dell’ipocrisia. Quella che governa la famiglia Pollitt, dove ogni personaggio è costretto a fingersi altro da sé per sopravvivere. Qui non c’è traccia della patina hollywoodiana del film del 1958: l’omosessualità di Brick è chiara, come l’amore per l’amico scomparso Skipper; espliciti sono il senso di colpa che lo paralizza, la depressione che lo svuota, l’alcol che diventa unico rifugio possibile. Non c’è redenzione, né happy end. Williams graffia e apre crepe che, scena dopo scena, diventano voragini.

La gatta sul tetto che scotta ph Luigi De Palma
La gatta sul tetto che scotta ph Luigi De Palma

La drammaturgia procede come una spirale che stritola i personaggi. Tutto si innesca nel lungo monologo iniziale di Maggie, una colata verbale che tenta di arginare il silenzio e finisce per renderlo ancora più insopportabile. Maggie è una gatta vera: animale da sopravvivenza, dotata di più vite, capace della zampata finale quando il “tetto scotta” e il baratro è ormai sotto i piedi. Nel momento decisivo, mette in atto il suo coup de théâtre per assicurare l’eredità a Brick: una menzogna estrema, necessaria, vitale. Non per vincere, ma per non soccombere.

Valentina Picello regge l’intero impianto con una prova di grande forza. Dopo Anna Cappelli, l’attrice dimostra ancora una volta una capacità rara di attraversare l’isteria senza trasformarla in maniera. Il lavoro sul ritmo, sulla voracità della parola, sulla postura, scava fino alla corteccia della verità.

La gatta sul tetto che scotta ph Luigi De Palma
La gatta sul tetto che scotta ph Luigi De Palma

Fausto Cabra costruisce un Brick fragile, mai enfatico. Il dolore per la morte di Skipper, l’odio per Maggie, l’impossibilità di abitare il ruolo assegnato emergono in una recitazione asciutta, controllata. La deriva alcolica trova una traduzione visiva efficace nell’accumulo progressivo delle bottiglie in scena: non semplice elemento scenografico, ma segno drammaturgico che cresce e occupa lo spazio.

Nicola Pannelli offre una prova intensa nel ruolo del padre: un patriarca che passa dall’onnipotenza alla nudità, prima ingannato dalla menzogna della guarigione, poi costretto a guardare in faccia la propria fine.

La regia di Lidi concentra tutto in un’unica stanza dalle alte pareti bianche, marmoree, illuminate da luci fredde e neutre. Uno spazio chiuso, quasi clinico, un vero huis clos, che non accoglie ma trattiene. I personaggi appaiono come per magia, spesso dietro uno specchio mobile manovrato da Skipper, figura che abita la scena: riflette i corpi, inchioda la menzogna, coinvolge anche la platea in un gioco di smascheramenti.

La gatta sul tetto che scotta ph Luigi De Palma
La gatta sul tetto che scotta ph Luigi De Palma

Tra le trovate più forti, la sequenza del compleanno del padre: il dottore che danza sentenzia la morte, il volto annerito, le luci stroboscopiche, i palloncini, Fly Me to the Moon rallentata, la rottura della quarta parete. Una scena di grande impatto, efficace, che però porta con sé un senso di déjà-vu latelliano. Funziona, disturba, ma non sorprende del tutto.

La canzone di Bart Howard attraversa lo spettacolo come un motivo ossessivo. Cantata inizialmente stonata da una bambina, diventa promessa di altrove deformata, sogno romantico che si infrange contro la brutalità del reale. Non nostalgia, ma ironia tragica.

La traduzione di Monica Capuani mantiene intatta la secchezza della parola di Williams. Ne risulta uno spettacolo che convince per ritmo e coerenza, che attanaglia e disturba senza concedere tregua. Williams, come Čechov, resta necessario. Perché costringe a guardare la società attraverso la lente familiare, dove ogni amore è una contraddizione e ogni parola un campo di battaglia.

PANORAMICA RECENSIONE
Regia
Drammaturgia
Attori
Allestimento scenotecnico
Pubblico
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la-gatta-sul-tetto-della-menzognaLa gatta sul tetto che scotta <br>di Tennessee Williams <br>traduzione Monica Capuani <br>regia Leonardo Lidi <br>con Valentina Picello, Fausto Cabra, Orietta Notari, Nicola Pannelli, Giuliana Vigogna, Giordano Agrusta, Riccardo Micheletti, Greta Petronillo, Nicolò Tomassini <br>scene e luci Nicolas Bovey <br>costumi Aurora Damanti <br>suono Claudio Tortorici <br>assistente regia Alba Maria Porto <br>produzione Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale, Teatro Stabile del Veneto - Teatro Nazionale

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