
C’è un nervo che attraversa Čechov fin dalle prime prove teatrali: non è ancora la malinconia delle grandi partiture della maturità, ma una tensione più scoperta, isterica, quasi animalesca. Crisi di nervi, nella regia di Peter Stein, intercetta proprio quel punto di ebollizione. Visto al Teatro Manzoni di Pistoia, lo spettacolo si articola in tre atti unici, tre micce accese, tre variazioni sullo stesso corto circuito emotivo.

Stein sceglie e ordina con intelligenza. L’Orso apre il percorso con una cupezza già sull’orlo dell’esplosione: il lutto ostentato, il debito, l’odio che si trasforma in desiderio. Tutto è eccesso, tutto è gridato, ma mai gratuito. La parodia spinge fino al limite, senza mai perdere il contatto con una base psicologica riconoscibile. Qui la crisi è reale, non solo comica: un mondo chiuso, asfittico, pronto a implodere.
I Danni del tabacco funziona come camera di decompressione. Un monologo che è insieme conferenza fallita e confessione involontaria. Gianluigi Fogacci lavora sullo scarto tra il ruolo pubblico e il tracollo privato, lasciando emergere, sotto la maschera farsesca, la miseria di un’esistenza schiacciata. Il riso nasce dalla ripetizione, dal tic, dall’accumulo. Ma resta un fondo amaro, quasi patetico, che Stein non cerca di edulcorare.

Il vero crescendo arriva con La domanda di matrimonio. Qui la macchina comica gira a pieno regime. Il litigio precede l’amore, la burocrazia soffoca il sentimento, la proprietà diventa ossessione. Alessandro Averone porta all’estremo l’ansia ipocondriaca di Lomov, trasformandola in un dispositivo scenico precisissimo: il corpo cede, la parola inciampa, il pensiero collassa. La scena del “praticello dei Bovi” è una piccola lezione di tempo comico e di crudeltà cecoviana. Si ride molto, ma sempre sul bordo del precipizio.

Gli allestimenti sono volutamente semplici. Scene sgombre, funzionali, senza orpelli. Stein pratica una sottrazione radicale: elimina il superfluo per far emergere la struttura e la musicalità del testo. La regia non commenta, non aggiorna, non sovrascrive. Ordina. Pulisce. Lascia agire il meccanismo drammaturgico. È una scelta che rivendica la centralità della scrittura e del lavoro attoriale, e che restituisce a questi “scherzi scenici” la loro precisione originaria.
Crisi di nervi non pretende di essere altro da ciò che è: un trittico di vaudeville, un gioco di scatole costruito attorno a un minimo comune denominatore. Personaggi che urlano, litigano, si ammalano, crollano. Piccoli mondi sul punto di cedere. Proprio per questo funziona: perché accetta la propria leggerezza senza banalizzarla, mostrando come anche il riso, in Čechov, sia una forma di crisi.














