
C’è un momento nella vita di ogni artista in cui la ricerca del proprio linguaggio espressivo si fa inseparabile dalla ricerca di un luogo. Per Paul Gauguin, quella geografia dell’anima ha un nome preciso: Tahiti.
La mostra ospitata al Museo Storico della Fanteria di Roma, visitabile fino al 25 gennaio, racconta proprio questa inquietudine esistenziale e artistica che attraversa tutta la produzione dell’artista francese.
Il titolo Gauguin. Il diario di Noa Noa e altre avventure racchiude in sé l’idea del viaggio e dell’esplorazione, perché è proprio nel concetto di avventura che si può cogliere il senso più profondo della ricerca di Gauguin: un artista che non si accontentava di dipingere il mondo, ma sentiva il bisogno di abitarlo, di attraversarlo, di lasciarsi trasformare da esso.
Il diario, manifesto di un’esistenza
Al centro dell’esposizione, curata da Vincenzo Sanfo, patrocinata dalla Regione Lazio e Comune di Roma e prodotta da Navigare srl, si trovano le 23 xilografie del Diario di Noa Noa, realizzate tra il 1893 e il 1894 e stampate dall’amico Daniel de Monfreid. È qui che possiamo toccare con mano il punto di vista peculiare che questa mostra offre su Gauguin: prima ancora che il pittore di celebri idilli esotici, il narratore di un’esperienza umana e artistica radicale. Noa Noa – che in tahitiano significa “fragrante, profumata” – è insieme diario di viaggio, manifesto poetico e confessione intima di un uomo che ha scelto di abbandonare tutto per inseguire un’idea di autenticità.

Le xilografie che accompagnano il testo mostrano Gauguin alle prese con l’antica tecnica dell’incisione su legno, quasi a voler recuperare quella dimensione artigianale e “primitiva” che cercava disperatamente nella cultura polinesiana.
Completano questo nucleo centrale le 16 litografie a colori della serie Ancien Culte Mahorie, le sculture e la preziosa maschera in bronzo di Tehura, prestata dal Musée Despiau-Wlérick in Francia.
L’irrequietezza come cifra stilistica
Prima Parigi, poi la Bretagna con il gruppo di Pont-Aven, infine la Polinesia: ogni spostamento era insieme una fuga e una ricerca, un tentativo di dare forma a qualcosa che nella società borghese europea non trovava spazio.
Una tensione costante che emerge dalle oltre 160 opere in mostra, tutte provenienti da collezioni private e museali italiane, francesi e belghe.
L’esposizione include anche stampe litografiche in facsimile dall’ultimo libro di Gauguin, Avant et Après, terminato due mesi prima della morte nel 1903: una sorta di testamento spirituale in cui l’artista appunta considerazioni sull’arte, sulla vita e in particolare sull’amicizia.
Van Gogh e altri contemporanei

Se la Polinesia rappresenta il polo magnetico della ricerca di Gauguin, l’altro estremo della sua parabola esistenziale è il rapporto – difficile, conflittuale, ma profondamente fertile – con i suoi contemporanei.
La mostra dedica un’ampia sezione alle opere di 13 artisti che hanno incrociato il suo cammino: dalle 12 litografie a colori di Vincent van Gogh, testimonianza di quell’amicizia tormentata che sfociò nel drammatico episodio di Arles, alle opere degli artisti del Gruppo Nabis come Maurice Denis, Émile Bernard e Paul Sérusier, la cui tela L’adieu à Gauguin – in prestito dal museo di Quimper – diventa quasi un epitaffio visivo di quell’avventura artistica collettiva.
Questo dialogo tra Gauguin e gli altri artisti aiuta a contestualizzare la sua ricerca e le sue scelte, a capire quanto fosse insieme dentro e fuori dal suo tempo, partecipe e ribelle.
L’immagine di Gauguin che emerge da questa esposizione non è precisamente, o almeno non solo, quella del pittore di vahiné (“donna polinesiana”) che tutti riconosciamo alla prima occhiata. Qui troviamo piuttosto l’artista-viaggiatore, colui che ha fatto della propria vita una tormentata opera d’arte, pagando con l’isolamento e l’incomprensione il prezzo di una coerenza radicale.
Le fotografie d’epoca, i libri, i documenti e i manufatti che arricchiscono il percorso espositivo restituiscono il senso di un’avventura umana prima ancora che artistica. Gauguin non andò a Tahiti per trovare soggetti esotici da dipingere, ma per cercare una diversa possibilità di esistenza, per verificare se l’arte potesse ancora avere senso in un mondo che gli appariva ormai irrimediabilmente corrotto dalla civiltà moderna.
Vedendo la sua produzione si può dire che a questa domanda egli avesse saputo dare una risposta affermativa, ma al prezzo di un esilio volontario che lo accompagnò fino alla morte














