
La fine del mondo arriva di domenica. Non con un’esplosione, ma con un pranzo da apparecchiare. Il giorno del riposo e della ritualità domestica si trasforma in un esercizio ostinato di rimozione: mentre il clima collassa, una famiglia si siede a tavola e continua come se nulla stesse accadendo. È in questa frattura, tra quiete evocata e apocalisse imminente, che Dimanche, scritto e diretto da Julie Tenret, Sicaire Durieux e Sandrine Heyraud, con la drammaturgia di Alana Osbourne, trova la sua traiettoria più lucida. Le compagnie belghe Focus e Chaliwaté, vincitrici dei Premi Maeterlinck per miglior spettacolo e creazione artistica/tecnica, portano al Teatro Fabbricone di Prato un lavoro di teatro visuale che coniuga invenzione e rigore.
Dimanche è una macchina scenica rigorosa, che diverte senza alleggerire e costruisce, per immagini, una riflessione nitida sul cambiamento climatico. La struttura procede per quadri autonomi, legati dall’incombere dei cataclismi: scioglimento dei ghiacci, innalzamento dei mari, temperature estreme. Non c’è progressione psicologica, ma una pressione costante che si accumula scena dopo scena.

L’apertura è già dichiarazione di poetica. Un piccolo furgone attraversa un plastico bianco che evoca il Nord; gli attori lo muovono a vista. Poi il modellino cresce e, con uno scarto di scala repentino, i performer appaiono “dentro” il mezzo: uno alla guida, una ai tergicristalli, un’altra allo specchietto retrovisore. Il dispositivo è esibito, ma l’illusione resta intatta. L’artigianato teatrale non nasconde i meccanismi: li trasforma in linguaggio.
Il furgone trasporta una troupe di reporter naturalisti diretti a documentare lo scioglimento dei ghiacciai. Il ghiaccio cede, il cameraman precipita. Sullo schermo compare la ripresa che la sua telecamera continua a registrare mentre affonda. Il video non amplia soltanto lo spazio scenico: lo duplica, lo mette in crisi, lo espone alla propria fragilità.
Il dispositivo è plurilinguistico e calibrato con rigore: teatro fisico, mimo, figura, immagini video che non illustrano ma controbilanciano l’azione. Non c’è parola, ma una drammaturgia visiva precisa, costruita per contrasti.

Tra le sequenze più riuscite ci sono l’orso sulla banchisa, esempio di teatro di figura che unisce tenerezza e minaccia, e l’interno domestico in un paese divenuto rovente, dove le gambe del tavolo e delle sedie si deformano sotto il calore mentre un vento violento invade la stanza. La famiglia resta seduta intenta a pranzare. Non oppone resistenza. Integra l’evento estremo nella liturgia domenicale. L’apocalisse diventa coreografia dell’indifferenza.
L’umorismo è trattenuto, mai marcato. Gli attori mantengono una neutralità controllata, quasi british, che amplifica l’assurdo senza trasformarlo in caricatura. L’eccesso è affidato agli eventi, non all’interpretazione. Ne emerge un surrealismo asciutto, che non cerca l’effetto ma lascia sedimentare lo scarto.

L’immagine conclusiva condensa l’intero percorso: un sopravvissuto rema in canoa sopra una città sommersa. Sullo schermo affiorano le cime dei palazzi inghiottiti dall’acqua. La batteria della telecamera si esaurisce. L’inquadratura si spegne. Nessuna enfasi, nessuna catarsi. Anche la fine si consuma come un’interruzione tecnica.
Dimanche costruisce così il ritratto di un’umanità che difende le proprie abitudini più di quanto difenda il mondo che le rende possibili. Al Fabbricone gli applausi sono convinti, ma ciò che resta è soprattutto un’inquietudine misurata, che non si scioglie con il buio in sala.
Una domenica che non consola. Resta apparecchiata, mentre intorno l’acqua sale.














