L’obliqua traiettoria degli amori verso una Destinazione errata

Domenico Starnone tra smarrimenti, menzogne e verità parziali

Un breve messaggio, un ti amo per la splendida moglie perfetta, partito dal cuore, certo, ma che in fondo ha la consistenza un po’ scontata che dà l’abitudine, il risaputo, persino il leggermente noioso, parte, in un pomeriggio complicato, dal telefono dell’io narrante per una destinazione errata, capitando (per caso?) sul cellulare di Claudia, genialoide collega di scrittura, fino a quel momento nulla più, ai suoi occhi, di un’intelligente, fantasiosa damigiana, un vetro rivestito di vimini anneriti, il collo verde scuro. Un errore banale che si farebbe presto a rimediare se, manzonianamente, la sciagurata non avesse risposto con un messaggio, accompagnato da una faccina entusiasta e due cuori rossi: finalmente ti sei deciso, anch’io ti amo.

Con Destinazione errata entriamo, accompagnati da Domenico Starnone, in quel territorio narrativo che l’autore abita da anni con una sicurezza quasi disarmante, e cioè lo spazio ambiguo e continuamente mobile delle relazioni familiari, dove ogni gesto, anche il più saturo d’innocua apparenza, può trasformarsi in un inciampo, e ogni parola, lungi dal chiarire, tende piuttosto a complicare, a stratificare, a lasciare dietro di sé una scia di equivoci che il tempo non ricompone ma, semmai, rende più sottili e quindi più resistenti, una sorta di tenacissima e traslucida tela di ragno in cui ci si ritrova, dopo un po’, senza sapere né come né perché, avviluppati e costretti.

E poi il titolo – lo si percepisce sin dalle prime pagine – non è soltanto pura e innocente indicazione narrativa — un errore, uno scarto, un tragitto deviato — ma diventa vera e propria chiave di lettura dell’intero romanzo, perché ciò che Starnone mette in scena non è tanto uno sciagurato, singolo evento sbagliato quanto condizione esistenziale: quella per cui i personaggi sembrano costantemente muoversi verso qualcosa che credono di conoscere, salvo poi accorgersi, con un misto di sorpresa e sconcertante inevitabilità, di essere arrivati altrove, in un luogo che non avevano previsto e che tuttavia li riguarda profondamente, assaporando il piacere e il brivido insieme, di vivere una storia diversa in una sconosciuta geografia di cui si ignorano leggi e coordinate.

In questo senso si inscrive, il romanzo, con coerenza nel percorso dell’autore, richiamando — senza mai replicarli — le tematiche già affrontate in opere come Lacci o Scherzetto, dove la famiglia non è mai rifugio ma luogo di tensioni, laboratorio di menzogne minime e decisive, teatro in cui si consuma quella forma particolare di crudeltà quotidiana che nasce non già dall’eccezionalità del male, ma dalla sua estrema banalità domestica; e tuttavia, rispetto a quei testi, qui si avverte una sorta di ulteriore rarefazione, come se Starnone avesse deciso di sottrarre ancora, di lavorare per ellissi, lasciando che siano le pause, i non detti, le deviazioni del discorso a costruire il vero tessuto narrativo.

Il pregio più evidente della scrittura risiede proprio in questa capacità di suggerire senza dichiarare, di insinuare più che affermare, affidando al lettore il compito — tutt’altro che passivo — di ricomporre una verità che non è mai univoca, ma sempre parziale, provvisoria, esposta al rischio di essere smentita da un dettaglio successivo; e qui si coglie una consonanza, più tematica che stilistica, con certa superba narrativa novecentesca italiana, da Natalia Ginzburg a Italo Svevo, ricordando la prima per l’apparente semplicità dietro cui si nascondono abissi emotivi, il secondo per la costante messa in discussione dell’io narrante, mai del tutto affidabile.

Non mancano, tuttavia, alcune zone d’ombra, che è giusto segnalare senza indulgenza: a tratti la costruzione appare fin troppo controllata, come se l’autore, nel suo legittimo desiderio di precisione, finisse per trattenere l’emozione invece di lasciarla fluire, e il lettore, pur ammirando l’ingegnosità dell’intreccio e la finezza psicologica, finisce per avvertire una lieve distanza, una freddezza che impedisce una piena adesione affettiva, come l’occhio dell’entomologo che osserva ammirato l’ala di una farfalla e la sua geometrica efficienza, senza mai cadere nella trappola emotiva della pura poesia; e così, quella stessa strategia di sottrazione, che poi costituisce uno dei punti di forza del libro, rischia, in alcuni passaggi, di tradursi in opacità, lasciando irrisolte non tanto le giuste domande — che anzi è un merito — quanto alcune dinamiche narrative che avrebbero forse beneficiato di un minimo di maggiore esposizione.

Eppure sarebbe riduttivo fermarsi a questi limiti, perché Destinazione errata è, nel suo insieme, un romanzo di notevole tenuta letteraria, capace di lavorare su più livelli — realistico, psicologico, quasi metaforico — senza mai perdere quella apparente leggerezza che è uno dei tratti distintivi della scrittura di Starnone, benefica levità che mai va confusa con superficialità, ma che consente, anzi, al testo di affrontare temi complessi con una naturalezza che non scade mai nel didascalico.

Si potrebbe dire, allora, che la destinazione errata del titolo non sia soltanto quella dei personaggi, ma anche — e forse soprattutto — quella del lettore, il quale, convinto di trovarsi di fronte a una storia familiare relativamente lineare, viene progressivamente spostato, quasi senza accorgersene, verso un territorio più incerto, dove le categorie di verità e menzogna, colpa e innocenza, intenzione e risultato finiscono per sovrapporsi, rendendo impossibile una netta distinzione.

Ed è proprio in questa ambiguità, in questa zona d’ombra dove nulla è completamente definito e tutto resta, in qualche misura, sospeso, che il romanzo trova la sua ragion d’essere più profonda, consegnandoci un’immagine dell’esperienza umana non consolatoria ma autentica, e dunque, inevitabilmente, incompleta. Ed il nodo più interessante del romanzo, al di là della trama, è forse proprio questo: l’idea che l’errore non sia un fallimento della narrazione, ma la sua condizione di possibilità. Perché raccontarsi significa inevitabilmente sbagliare, deformare, scegliere cosa includere e cosa escludere; e tuttavia è solo attraverso questi errori che una qualche forma di verità — se pur parziale, instabile, revocabile — riesce a emergere.

In filigrana, si può leggere anche una riflessione metanarrativa: Starnone sembra interrogarsi sul senso stesso dello scrivere storie oggi, in un contesto in cui l’idea di verità lineare è sempre più difficile da sostenere. Da qui la scelta di una struttura che non cerca di risolvere le contraddizioni, ma di conviverci, in una sorta di coabitazione, dolorosa e coatta quanto si vuole, ma pur sempre, in qualche modo, conveniente.

Non cerca, dunque, Destinazione errata, di impressionare o di sedurre con effetti immediati: lavora per stratificazioni successive e per sottrazioni progressive, processi lenti e di contrario segno, chiedendo al lettore attenzione, pazienza e una certa disponibilità a perdersi, accettando che non tutte le strade portino dove ci si aspetta; e se è vero che non sempre il viaggio risulta emotivamente travolgente, è altrettanto vero che, una volta terminato, resta quella sensazione sottile — e non così frequente — di aver incontrato e percorso un tratto di strada insieme a qualcosa di preciso, calibrato, e al tempo stesso irriducibile a una formula, come accade nei libri che, più che raccontare una storia, mettono in scena il nostro modo di raccontarcela.