Felice Varini: la costruzione dello sguardo e l’instabilità del reale

Illusioni geometriche nello spazio del Museo d’arte di Mendrisio in Svizzera fino all’11 ottobre 2026

Veduta dell’allestimento della mostra di Felice Varini al Museo d’arte Mendrisio
Veduta dell’allestimento della mostra di Felice Varini al Museo d’arte Mendrisio

Felice Varini, nato a Locarno nel 1952 e attivo a Parigi dal 1978, è tra gli artisti contemporanei che più radicalmente hanno interrogato il rapporto tra spazio, percezione e architettura. Le sue celebri “figure prospettiche”, forme geometriche essenziali proiettate su superfici tridimensionali – facciate, interni museali, complessi industriali, paesaggi urbani e naturali – generano un’esperienza visiva che non è mai univoca, ma si ricompone e si dissolve a seconda del punto da cui lo spettatore osserva.

Dopo la prima personale parigina del 1981, Varini approda alla Biennale di Venezia nel 1988 e, nel 1992, al Padiglione Universale di Siviglia. Numerosi sono gli interventi che hanno trasformato interi contesti urbani, da Vercorin (2009) alla spettacolare operazione sulla Cittadella di Carcassonne (2018), fino ai progetti parigini in Place de l’Odéon e al Grand Palais (2013).

Il Museo d’arte di Mendrisio gli dedica ora la sua prima grande monografica a cura di Barbara Paltenghi Malacrida e Francesca Bernasconi: un percorso immersivo che coinvolge ogni ambiente, incluso il chiostro quattrocentesco, e che si completa con un documentario dedicato al “dietro le quinte” del suo metodo di lavoro.

L’opera come esperienza: lo spettatore al centro

Spirale gialla, Mendrisio, 2026
Spirale gialla, Mendrisio, 2026

Descrivere le opere di Varini significa, inevitabilmente, tradire una parte della loro natura. La sua ricerca, infatti, vive della scoperta autonoma, dello stupore improvviso che nasce quando una forma apparentemente frammentata si ricompone in un’immagine perfetta, oppure – al contrario – quando un’apparente figura compiuta si dissolve in un pulviscolo di segni sparsi nello spazio.

L’osservatore non è un semplice fruitore: è parte integrante dell’opera, un elemento mobile che attiva e disattiva la forma, che ne sperimenta l’instabilità e l’effimera consistenza. Varini costruisce così un’esperienza immersiva che mette in crisi la fiducia nel nostro modo abituale di percepire lo spazio.

Un trompe‑l’œil rovesciato

Per Varini, lo spazio architettonico è ciò che per un pittore è la tela. Ma la sua attenzione non si concentra sulle superfici da dipingere: si concentra sul vuoto, sul volume, sul percorso. Le sue figure – cerchi, ellissi, triangoli, rettangoli, trapezi – non introducono una tridimensionalità illusoria, come nel trompe‑l’œil tradizionale; al contrario, introducono una bidimensionalità fantasma, una forma perfetta che esiste solo da un punto di vista privilegiato e che, appena ci si muove, si frantuma in una costellazione di frammenti.

È un trompe‑l’œil “al contrario”: non aggiunge profondità, ma la sottrae; non inganna simulando il reale, ma smaschera l’inganno della nostra percezione quotidiana.

Calcolo, precisione, impermanenza

Dischi vuoti e semivuoti nel rettangolo, Mendrisio, 2026
Dischi vuoti e semivuoti nel rettangolo, Mendrisio, 2026

Varini rifiuta l’etichetta di illusionista. Le sue opere nascono da calcoli rigorosi, da un dispositivo ottico che definisce con precisione millimetrica la posizione di ogni segmento. Tuttavia, una volta installata, l’opera entra nel dominio dell’impermanenza: la luce cambia, lo spettatore si muove, lo spazio si trasforma.

La forma non è mai definitiva. È un evento, non un oggetto.

L’artista si ritrae, l’opera interroga

In questo processo, la presenza dell’artista diventa quasi evanescente. Varini non offre soluzioni, non propone messaggi univoci, non impone interpretazioni. L’opera si astrae fino a diventare un invito a interrogare la natura stessa della percezione e della verità.

Eppure, un messaggio – sottile, inquieto – emerge: esiste sempre un punto di vista che ci illude di cogliere la realtà nella sua interezza. Ma basta spostarsi di poco perché quella certezza si sgretoli. Le figure geometriche, perfette e rassicuranti, si dissolvono; ciò che sembrava evidente si rivela fragile; ciò che credevamo stabile si mostra relativo.

È un’esperienza che rispecchia il nostro rapporto con la verità: frammentaria, mutevole, continuamente messa in discussione da prospettive diverse e spesso inconciliabili. Ritrovare il “punto giusto” diventa impossibile – e forse non è nemmeno desiderabile.

Da segnalare, il catalogo bilingue (italiano/inglese) dell’opera di Felice Varini che contiene saggi di Barbara Paltenghi Malacrida, Paolo Bolpagni e Gianni Biondillo, 166 pagg., con ampio corredo fotografico, Edizioni Casagrande.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here