
Cosa hanno in comune la vita del geologo Walter Alvarez e l’estinzione dei dinosauri con il musical e la fine di una storia d’amore? In effetti, apparentemente nulla. A meno che non ti trovi dentro il mondo di Marco D’Agostin.
Coreografo, danzatore e performer, D’Agostin persegue una sua peculiare ricerca che si colloca tra danza contemporanea e teatro sperimentale, con un’attenzione particolare alla relazione tra movimento e parola. I suoi lavori si distinguono per un uso molto personale e ibrido dei linguaggi scenici e per una forte componente autoriflessiva.
Vincitore del Premio Ubu 2025 come Migliore spettacolo di danza, Asteroide, si presenta come una conferenza, ma fin da subito scivola altrove. Il punto di partenza è la teoria dell’impatto dell’asteroide che avrebbe causato la scomparsa dei dinosauri, ma la performance non si interessa davvero di divulgazione scientifica. Piuttosto, utilizza quel materiale come innesco per parlare di un aspetto più intimo e universale: l’incapacità dell’umanità ad affrontare il cambiamento o, come lo stesso artista ha affermato, non tanto di “affrontarlo” ma della nostra “non-disponibilità” ad accettarlo.

Così, come dopo un cataclisma o la fine di una relazione, questa idea prende forma in scena attraverso una struttura che procede per raccolta e ritorni, in cui elementi inizialmente enigmatici – gesti, frammenti narrativi, accenni canori – tornano più avanti, trovando una loro spiegazione e un loro senso.
Uno degli aspetti più sorprendenti dell’opera è proprio questa costruzione a spirale: non c’è niente di veramente casuale o posticcio, anche quando lo sembra. La scrittura è precisa, quasi coreografica, e si fonda sulla ripetizione tipica del linguaggio della danza, che qui viene traslata in un contesto inedito. Il risultato è un continuo slittamento tra codici: conferenza, teatro, danza, musical.
Il musical, in particolare, è un elemento che attraversa lo spettacolo in modo ambiguo. Non viene mai davvero “messo in scena” nel senso tradizionale, ma evocato, smontato e infine spiegato (o quasi) nella parte conclusiva. Più che un genere praticato è un oggetto teorico, un linguaggio che D’Agostin guarda con distanza, se non con sospetto.

Dal punto di vista performativo, ciò che colpisce è la straordinaria tenuta dell’autore-interprete. Nato come coreografo e danzatore, D’Agostin non è più facilmente incasellabile in una sola disciplina: il suo lavoro si colloca in uno spazio ibrido tra scrittura, movimento e performance. In Asteroide questa trasversalità diventa una forza evidente, soprattutto nella capacità di mantenere alta l’attenzione, di far ridere, senza mai appoggiarsi a effetti facili o compiacenti.
E anche quando lo spettatore può attraversare momenti di dubbio o straniamento, il dispositivo regge con coerenza, e progressivamente ricompone i suoi frammenti. La sensazione finale è quella di un disegno che si chiarisce solo dopo, quando le connessioni tra le parti diventano visibili.
Il vero punto di svolta arriva infatti nel finale, in una scena inattesa e potentissima, che ribalta la percezione dell’intero percorso e lascia una traccia emotiva forte. È lì che lo spettacolo smette di essere solo un gioco intellettuale e diventa esperienza.
Asteroide è, in questo senso, uno degli spettacoli più strani e al tempo stesso più compiuti a cui si possa assistere: un lavoro che tiene insieme ironia e riflessione, leggerezza e complessità, riuscendo a essere profondamente divertente senza mai rinunciare alla densità del discorso. Geniale.














