Alla Tenuta Dello Scompiglio, tra le colline di Vorno, fino al 25 ottobre 2026, Hans Op de Beeck costruisce uno dei suoi dispositivi più perturbanti: Danse Macabre, a cura di Angel Moya Garcia, una mostra che impone un tempo di attraversamento, una sospensione percettiva che si fa quasi condizione mentale.
L’ingresso si presenta come un paesaggio notturno, interamente monocromo, che offre come una sorta di “inquadratura” tridimensionale: alberi spogli, superfici d’acqua immobili, barili trasformati in fuochi. Tutto è ridotto a una scala di grigi che sottrae vitalità cromatica per restituire densità simbolica. Si avanza lungo un sentiero sinuoso fino a incontrare il fulcro dell’opera: una giostra a grandezza naturale, immobile, fossilizzata.

Ph Leonardo Morfini
La giostra è da tempo un motivo ricorrente nella ricerca di Op de Beeck, ma qui raggiunge una forma di compiutezza iconica. Se nella tradizione popolare essa rappresenta il movimento ciclico e rassicurante dell’infanzia, in Danse Macabre diventa il contrario: un meccanismo inceppato, un dispositivo ludico svuotato, che conserva la memoria del movimento senza più possederlo. Il grigio opaco agisce come una coltre di cenere, trasformando l’oggetto in reliquia postuma, quasi un reperto di un’umanità estinta.

Ph Leonardo Morfini
È proprio in questa sospensione che l’opera trova la sua tensione critica. Op de Beeck non indulge in una semplice estetica del perturbante, ma costruisce una vera e propria natura morta espansa. La giostra si configura come un memento mori contemporaneo: tra carrozze e cavalli si dispongono scheletri impegnati in gesti quotidiani e paradossali, resti di cibo, oggetti abbandonati. L’ironia sottile – una bambina scheletrica con una foca al guinzaglio, un dandy che fuma – non alleggerisce la scena, ma ne amplifica l’ambiguità, collocandola in un territorio sospeso tra il grottesco e il metafisico.

Ph Leonardo Morfini
L’assenza di colore, lungi dall’essere una scelta puramente formale, diventa qui dispositivo concettuale: elimina ogni residuo di spettacolarità per spingere lo sguardo verso una dimensione più lenta, quasi meditativa. In questo senso, l’installazione dialoga con una tradizione che va dalla pittura fiamminga alle vanitas barocche, ma la traduce in un linguaggio immersivo, dove lo spettatore è fisicamente implicato.
A questa prima parte, fortemente spaziale, segue una seconda dimensione più intima e fluida: il film d’animazione Vanishing Point. Accompagnato dalla partitura sonora di Sam Vloemans, eseguita dall’Hermes Ensemble, il lavoro introduce una variazione percettiva significativa. Se l’installazione è congelamento, il film è dissolvenza. Le immagini – acquerelli animati, paesaggi, figure di opere dell’artista – scorrono in una temporalità rarefatta, conducendo verso quel “punto di fuga” evocato dal titolo: uno spazio in cui la profondità si annulla e con essa la possibilità stessa di orientamento.

Qui Op de Beeck esplicita una tensione che attraversa tutta la mostra: il passaggio dal visibile all’inconoscibile, dal dato fenomenico a una dimensione più sfuggente, quasi spirituale. Il “vanishing” non è solo scomparsa, ma anche azzeramento, perdita momentanea del sé. È in questa sottrazione che l’artista sembra individuare una possibile forma di esperienza autentica.
Nel contesto del programma culturale della Tenuta – realtà fondata e diretta da Cecilia Bertoni, da anni attenta al dialogo tra arte, natura e sostenibilità – Danse Macabre si inserisce con particolare coerenza. L’opera non invade lo spazio, ma lo assorbe, trasformando il paesaggio circostante in una soglia silenziosa tra realtà e finzione.

Ph Leonardo Morfini
Il lavoro di Op de Beeck si presenta come un dispositivo contemplativo che interroga il nostro rapporto con il tempo, con la memoria e con l’inevitabile destino di dissoluzione. In un’epoca dominata dall’eccesso di immagini e dalla velocità della fruizione, Danse Macabre impone invece una pausa: uno spazio oscuro in cui, paradossalmente, si torna a vedere.



