Sartre, l’inferno e il tango

A Querceto, Huis Clos trasforma l’inferno di Sartre in una gabbia senza porte

Huis Clos ph Estelle Chardone
Huis Clos ph Estelle Chardone

C’è un paradosso quasi sartreano nel parlare di chiusura e clausura in uno spazio aperto come la terrazza del Castello di Querceto (PI). Eppure, nella prima nazionale del 9 agosto di Huis Clos, nell’ambito della rassegna Vol’tango, la compagnia francese Toque de Tango riesce a ricreare le mura invisibili dell’inferno di Sartre senza sipari né prosceni tradizionali. Al centro della terrazza, un cubo di tubolari bianchi delimita lo spazio dei tre dannati.
Nella sua essenzialità geometrica, il cubo richiama certe spazialità beckettiane: un perimetro che detta le regole e costringe i corpi.

Liberamente ispirato a Huis Clos (1944) di Jean-Paul Sartre, lo spettacolo affida la messa in scena e le coreografie a Patrice Meissirel e trasferisce il conflitto dalla parola al corpo. Due uomini e una donna prendono posto nel cubo bianco che chiude senza porte. Il testo, ridotto a poche battute in francese, lascia spazio a una drammaturgia fisica, dove il conflitto si compone per avvicinamenti, rifiuti, ripetizioni. La parola arretra, il corpo prende il suo posto.

Huis Clos ph Estelle Chardone
Huis Clos ph Estelle Chardone

Il tango si innesta naturalmente in questa dinamica. L’abbraccio, la guida, la dipendenza dal corpo dell’altro diventano gli elementi attraverso cui prende forma il conflitto. Grégory Bonnault, Valérie Guyot e Willem Meul, si cercano e si respingono, si sostengono per poi ostacolarsi: l’altro è insieme necessità e impedimento, presenza da cui non si può fuggire.

Fra seduzione, conflitto e parodia, l’inferno sartreano assume una piega grottesca, incline al riso. Echi dell’Angelo sterminatore di Luis Buñuel affiorano nella dinamica della prigionia.

Fuori dalla gabbia, c’è Hélène Hardouin, nei panni di un valletto infernale in giacca e cappello rossi e pantaloni neri. È lei a spingere i tre personaggi dentro il cubo e a rimanere l’unica figura libera di attraversare lo spazio. Hardouin presenta, ironizza, interagisce con il pubblico e interviene nei conflitti quasi come un arbitro.

La musica segue questa dimensione circolare attraverso tracce di tango, spesso riproposte in loop, assecondando la reiterazione dei conflitti e dei movimenti. Meno convincente l’inserimento del valzer di Šostakovič, suggestivo ma estraneo alla tessitura musicale della performance: bello, ma pur sempre un valzer.

Huis Clos ph Rita Dollmann
Huis Clos ph Rita Dollmann

La drammaturgia procede per ripetizioni e variazioni, talvolta insistendo su dinamiche già esplorate, ma senza perdere il ritmo nell’arco di circa un’ora. Non mancano trovate sceniche efficaci, come l’ingresso dei tre personaggi, tutti attaccati all’appendiabiti, quasi fossero corpi già privati della propria autonomia.

È però nel finale che la geometria della scena si rovescia. Il cubo viene spinto verso il pubblico e il suo perimetro infernale finisce per comprendere anche chi osserva. Quella prigione non appartiene più soltanto ai tre personaggi: invade lo spazio degli spettatori, suggerendo che nessuno può chiamarsi fuori dal gioco dello sguardo, del giudizio e della dipendenza reciproca.

Così, sulla terrazza aperta del Castello di Querceto, le pareti invisibili di Sartre finiscono per rivelarsi più solide di qualsiasi muro. L’inferno non ha bisogno di porte chiuse: basta un confine immaginario, e qualcuno dall’altra parte.

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