
Aprire il 72° Festival Puccini con Turandot era, in fondo, una scelta inevitabile. A cento anni dalla prima assoluta alla Scala, l’ultimo capolavoro del compositore torna sulle rive del lago che più di ogni altro luogo custodisce la sua memoria, riaffermando il ruolo del Festival quale custode privilegiato dell’eredità pucciniana. Più che l’occasione per proporre una rilettura radicale dell’opera, questa inaugurazione sold out ha scelto la strada della continuità, affidandosi allo storico allestimento nato dalle scene di Ezio Frigerio e dai costumi di Franca Squarciapino, qui ripresi nella regia di Pier Francesco Maestrini.
Ne deriva uno spettacolo di grande impatto visivo, che conserva intatto il fascino della monumentalità scenica senza inseguire aggiornamenti concettuali. La Pechino immaginata da Frigerio continua a possedere quella forza iconografica che appartiene ormai alla storia del Festival: una scenografia capace di dialogare naturalmente con gli spazi del Gran Teatro all’aperto, valorizzando l’ampiezza del palcoscenico senza sacrificare la leggibilità dell’azione.

L’intervento registico di Maestrini resta volutamente rispettoso della tradizione, introducendo un elemento di maggiore dinamismo attraverso il raddoppiamento scenico delle tre maschere. Ping, Pong e Pang compaiono inizialmente affiancati da tre acrobati che ne anticipano e amplificano i movimenti, creando un efficace gioco di sdoppiamento tra corpo e voce. L’effetto sorprende nel primo apparire, alimentando persino il dubbio che siano gli stessi interpreti vocali a cimentarsi nelle evoluzioni coreografiche. Col procedere della rappresentazione, tuttavia, il meccanismo perde parte della sua freschezza: le continue ricomparse dei duplicati finiscono per assumere un carattere ridondante, distraendo talvolta dalla funzione drammaturgica delle tre maschere, che Puccini concepisce come momento di sospensione lirica e riflessione, non soltanto come parentesi spettacolare.
Sul versante musicale, la direzione di Marco Armiliato privilegia il respiro teatrale e l’equilibrio complessivo dell’esecuzione, ma alterna pagine di notevole intensità ad altre meno compatte. Alcuni tempi particolarmente dilatati finiscono infatti per rallentare la tensione drammatica, mentre in altri momenti orchestra e palcoscenico sembrano procedere con una certa disomogeneità di accenti. L’Orchestra del Festival Puccini mantiene comunque una buona qualità sonora, valorizzando soprattutto la raffinata tavolozza timbrica di un’opera che rappresenta il vertice della scrittura orchestrale pucciniana.
Particolarmente significativo è il momento conclusivo della partitura autenticamente pucciniana. Al termine della scena della morte di Liù, proprio nel punto in cui il manoscritto del compositore si interrompe, l’orchestra si alza in piedi in un silenzioso gesto di omaggio verso Puccini prima di affrontare il completamento di Franco Alfano. È un’immagine semplice che richiama idealmente il celebre gesto di Arturo Toscanini alla prima assoluta del 1926 e ricorda al pubblico la natura incompiuta di questo capolavoro.

Dal punto di vista vocale, la serata è stata inevitabilmente condizionata anche dalle temperature particolarmente elevate, che hanno reso impegnativa una rappresentazione di quasi tre ore in uno spazio all’aperto. Il caldo ha probabilmente inciso sulla tenuta complessiva di alcuni interpreti, contribuendo a una sensazione di generale affaticamento emersa soprattutto nei momenti di maggiore esposizione vocale.
Roberto Alagna affronta Calaf con il carisma e l’intelligenza scenica di un artista che conosce profondamente il personaggio. La vocalità, oggi naturalmente diversa rispetto agli anni della piena maturità, conserva fascino interpretativo e una presenza scenica sempre autorevole. L’emissione alterna frasi di grande efficacia ad altre più caute, mentre negli slanci verso il registro acuto emerge qualche inevitabile segno di fatica. Resta però intatta la capacità di delineare un Calaf credibile e generoso, soprattutto nella celebre e applaudita aria “Nessun dorma”.

La protagonista della serata è senza dubbio Anna Pirozzi, che conferma la propria piena affinità con il ruolo di Turandot. La voce domina con sicurezza l’impervia tessitura del personaggio, proiettando acuti penetranti e sonorità sempre ben sostenute. L’interpretazione convince per autorevolezza e controllo, restituendo una principessa algida senza rinunciare alla progressiva trasformazione psicologica che conduce al finale.
Più contrastata la prova di Aleksandra Kurzak nei panni di Liù. La linea di canto appare meno incline a quella morbidezza e a quell’abbandono lirico che costituiscono il tratto distintivo del personaggio. L’interprete affronta con professionalità la parte e trova i risultati migliori nella scena conclusiva, dove “Tu che di gel sei cinta” raggiunge un’intensità espressiva superiore rispetto ai precedenti interventi, pur senza quella naturale tenerezza che rende memorabile il personaggio.
Convincente Andrea Vittorio De Campo come Timur, autore di un’interpretazione vocalmente solida e scenicamente credibile, mentre meno felice risulta l’Imperatore Altoum di Filippo Pina Castiglioni, la cui emissione appare costantemente faticosa e poco sostenuta, finendo per indebolire un personaggio breve ma tutt’altro che marginale nell’economia drammatica dell’opera.
Ben affiatato il trio delle maschere composto da Simone Del Savio (Ping), Enrico Casari (Pang) e Tiziano Barontini (Pong), capace di un efficace equilibrio vocale e scenico, pur all’interno di una regia che insiste forse oltre misura sul loro versante spettacolare. Corretto anche il contributo di Andrea Tabili come Mandarino, delle ancelle Marianna Ovchintseva e Maria Cenname, del Coro preparato da Marco Faelli e del Coro di voci bianche istruito da Sonia Franzese, sempre preciso negli interventi collettivi.

L’inaugurazione del Festival Puccini non sceglie dunque la strada dell’innovazione, ma quella della memoria. È una Turandot che guarda alla tradizione e alla storia esecutiva del Festival, preferendo consolidare un’immagine ormai familiare al pubblico piuttosto che ridefinirne i contorni. La forza dell’opera di Puccini continua a imporsi con straordinaria evidenza, registrando un sold out da settimane. E proprio il lungo applauso finale, accolto sotto il cielo di Torre del Lago, conferma come Turandot, a un secolo dalla sua nascita, mantenga intatta la capacità di parlare al pubblico con la stessa potenza teatrale e musicale che ne ha fatto uno dei vertici assoluti del repertorio operistico.














