Passato e futuro del Jazz per Joe De Gregorio

Esclusiva intervista al grande pianista, ambasciatore del linguaggio jazz in tre continenti

RON & JOE
RON & JOE

Joe De Gregorio è nato a Roma, è pianista jazz, compositore, cantante, produttore e insegnante.

Potremmo definirlo quasi un ponte vivente tra le culture, perché grazie al potere della sua musica come medium universale si fa interprete di diversi linguaggi musicali.

La sua musica, infatti, fonde sonorità culturali provenienti da Europa, Africa e Stati Uniti, riuscendo a farsi comprendere e apprezzare da ascoltatori in tutto il mondo. Joe è un pianista jazz pluripremiato, dotato di uno straordinario talento che gli ha valso prestigiosi riconoscimenti internazionali. Nel corso della sua carriera, Joe ha collaborato con alcuni dei musicisti jazz più celebri al mondo e condiviso il palco con icone del jazz internazionale.

E’ uscito qualche giorno fa il terzo singolo, New Orleans Blues di Joe De Gregorio, con  Ron Carter & Peter Erskine, special guest, che fa parte dell’album For Blues’ Sake (In Blues), un tributo a Ellis Marsalis, scomparso sei anni fa, tra storia del jazz e registrazioni leggendarie, registrato in uno dei luoghi più iconici della musica afroamericana: lo storico Van Gelder Studio, dove hanno inciso artisti come Thelonious Monk, Bud Powell, Herbie Hancock e McCoy Tyner. Il progetto è una selezione di dodici brani tratti da tre album registrati nel corso dello stesso anno, una vera e propria dichiarazione artistica che unisce tradizione, ricerca sonora e profondo rispetto per la storia del jazz.

Ecco il video: https://youtu.be/uUnSbikwdVI?si=fFVSGxnDGp8WeQKp

A Joe De Gregorio, tramite Stefania Cantelmi, giornalista e addetta stampa, abbiamo rivolto, più che delle vere e proprie domande, dei semplici spunti di riflessione che il grande artista ha svolto con estrema chiarezza e passione e che qui di seguito riportiamo.

1. Sul limite della creatività nel jazz

La natura ci insegna che il frutto è determinato dalla qualità dell’albero che lo produce. Per rispondere adeguatamente al quesito posto, credo sia necessario comprendere innanzitutto quali siano la natura e le radici del jazz.

Il jazz è per natura un linguaggio musicale “creolo”, nato a New Orleans dal melting pot culturale che caratterizzava quella colonia francese all’inizio del Novecento. 

In quel contesto si incontrano e si fondono, a mio avviso, tre matrici fondamentali: i poliritmi afro-latini (Africa e Cuba), la “blues–spiritual experience” afro-americana e la tradizione armonica della musica classica europea, che include anche l’opera italiana.

Joe & Peter
Joe & Peter

L’intreccio di queste tre radici è ciò che ha determinato, secondo me, la forza e la ricchezza del jazz, ma al tempo stesso ne definisce anche il naturale perimetro espressivo. Tornando alla metafora dell’albero: affinché i rami possano estendersi lontano dal tronco e portare frutto abbondante, le radici devono essere profonde e sane.

Per questo motivo credo che il jazz possa continuare ad ampliare i propri confini, ma solo rimanendo connesso alla propria natura profonda e storica: la dimensione spirituale del blues, la poliritmia africana e la ricchezza armonica della tradizione europea. A volte si pensa che l’innovazione significhi allontanarsi dalle origini. Io credo esattamente il contrario: Più le radici sono profonde, più i rami possono spingersi lontano e portare nuovo frutto.

2. Jazz come desiderio di libertà e contraltare all’IA

Si dice spesso che il jazz sia un linguaggio. Questa espressione può facilmente diventare una frase fatta, se non se ne comprende davvero il significato profondo.

Il jazz è un linguaggio perché nasce dalla conversazione. Negli anni d’oro del Bebop, quando ancora non esistevano le accademie, i giovani musicisti imparavano questa musica esattamente come si impara una lingua madre: per osmosi, dialogando direttamente con i maestri della generazione precedente, suonando insieme, ascoltando e rispondendo.

In questo senso l’improvvisazione jazzistica è un atto profondamente umano: implica intenzionalità, ricerca, rischio, ascolto reciproco e una dimensione comunicativa ed emotiva che nasce e si sviluppa nel momento stesso dell’interazione.

In tal senso il jazz è uno strumento per il dialogo ed allo stesso tempo il frutto di un processo creativo e sociale che promuove la “dimensione creola” dell’esperienza umana: l’incontro tra culture diverse vive attraverso l’improvvisazione, cioè attraverso una conversazione reale tra esseri umani che provengono da orizzonti differenti.

Il jazz nasce dal dialogo tra esseri umani e può continuare ad esistere in quanto tale solo attraverso il dialogo praticato e vissuto. 

L’intelligenza artificiale può certamente imitare strutture musicali sempre più complesse, ma l’improvvisazione jazzistica resta prima di tutto un processo relazionale e umano radicato nel tessuto sociale. È una conversazione viva tra persone, non soltanto una combinazione di dati. In questo senso, credo che il jazz continui a rappresentare uno spazio privilegiato di libertà e imprevedibilità. Per me la vera libertà consiste nel superamento della paura “dell’altro”, la paura di ciò che è sconosciuto o diverso da noi. In tal senso, il Jazz è uno strumento fondamentale in qualità di “ponte dialogante” tra culture lontane e sensibilità diverse.

3. Tradizione swing–bebop e attenzione ai nuovi linguaggi

A mio avviso, ogni linguaggio può evolvere, ma se perde la memoria delle proprie radici smette di essere una lingua viva. Negli ultimi decenni l’istituzionalizzazione del jazz nelle accademie ha avuto effetti ambivalenti. Da un lato ha contribuito a preservare e studiare questa musica; dall’altro, a volte ha reso l’approccio più cerebrale e meno connesso alla sua dimensione popolare e sociale. Il jazz è nato come linguaggio vivo all’interno di una comunità. Quando questa dimensione sociale si indebolisce, il rischio è che il linguaggio perda parte della sua vitalità. Credo però che il dialogo tra tradizione e innovazione sia ancora possibile e necessario. La tradizione swing e bebop rappresenta una sorta di “madrelingua” del jazz. Le evoluzioni più recenti possono espandere il linguaggio, ma solo se rimangono in relazione con quelle radici. In un mondo che appare sempre più globale per ragioni economiche, ma culturalmente sempre più diviso, il jazz può ancora essere un ponte tra culture diverse. La sua vera forza sta proprio nella capacità di far dialogare tradizioni differenti all’interno di un linguaggio comune.

Su Spotify : https://open.spotify.com/intl-it/artist/2XaXbrIzPVMw5viXMcJilw?si=zf8y5voUQVOEdvPp04M_NA

Un ringraziamento di cuore a Joe De Gregorio per la sua generosa disponibilità.

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