
Il concerto di sabato scorso allo spazio Dello Scompiglio ha offerto un raro esempio di recital costruito come un vero discorso musicale unitario. Con Etudes / Quietudes, il chitarrista austriaco Wolfgang Muthspiel ha presentato un programma per chitarra solista che mette in dialogo due dimensioni spesso considerate separate: la disciplina della scrittura strumentale e la libertà dell’improvvisazione jazz.
Classe 1965, figura centrale del jazz europeo contemporaneo, Muthspiel proviene da una formazione non convenzionale. Dopo gli studi iniziali di violino, l’incontro con la chitarra lo ha condotto a una formazione profondamente radicata anche nella tradizione classica, prima di orientarsi definitivamente verso il jazz. La sua carriera internazionale – sviluppata tra Europa e Stati Uniti, e segnata da collaborazioni con musicisti del calibro di Gary Burton, Brian Blade e Brad Mehldau – si è sempre caratterizzata per una costante ricerca di equilibrio tra composizione rigorosa e improvvisazione.
È proprio questa duplice identità a emergere con chiarezza in Etudes / Quietudes, progetto che ruota attorno a una serie di studi per chitarra scritti dallo stesso Muthspiel. Nella storia della musica occidentale l’“etude” è tradizionalmente uno spazio dedicato allo sviluppo della tecnica strumentale; nel caso di Muthspiel, invece, il genere diventa una forma compositiva autonoma. Gli studi non funzionano come esercizi isolati, ma come brevi paesaggi sonori, ciascuno centrato su un’idea tecnica o timbrica che diventa punto di partenza per l’elaborazione musicale.

Il risultato non è un’esibizione di virtuosismo nel senso stretto del termine. Al contrario, l’impressione dominante è quella di una pratica musicale quasi meditativa, in cui la tecnica viene assorbita nel flusso del discorso sonoro. La chitarra diventa uno spazio di risonanza, un luogo in cui armonie, linee melodiche e figurazioni ritmiche si intrecciano con naturalezza.
All’interno di questo percorso trovano posto anche alcune presenze esterne al ciclo degli studi. La celebre All My Loving di John Lennon e Paul McCartney emerge come una sorta di memoria popolare condivisa, trattata con delicatezza e trasformata in materiale melodico da riplasmare. Diversa, ma altrettanto significativa, la presenza della Sarabande dalla Suite BWV 995 di Johann Sebastian Bach, che introduce nel programma una dimensione storica più ampia: quella della tradizione contrappuntistica, qui spunto per nuove creazioni e visioni.
Queste incursioni non funzionano come semplici citazioni. Piuttosto, si inseriscono naturalmente nel linguaggio di Muthspiel, confermando la coerenza di una poetica musicale che rifiuta la logica del crossover. Classico e jazz non sono due territori da attraversare, ma componenti già integrate di uno stesso pensiero sonoro.
Muthspiel ha suonato con una concentrazione quasi raccolta, lasciando che la musica si sviluppasse con estrema naturalezza. La tecnica – pur impressionante – non è stata mai esibita come fine a sé stessa; ciò che è emerso è piuttosto una forma di parlato strumentale, un continuo discorso musicale costruito attraverso micro-variazioni di ritmo, armonia e timbro.
La dimensione acustica dello spazio Dello Scompiglio ha contribuito a rafforzare questo clima di ascolto concentrato. La chitarra ha potuto dispiegare tutte le sue sfumature timbriche: dalle risonanze più sottili agli accordi più pieni, fino agli armonici che sembravano sospendersi nell’aria della sala.
Dopo gli applausi, Muthspiel è tornato per un breve bis: “Peace” di Horace Silver, una delle ballad più liriche del repertorio jazz. Eseguita con estrema sobrietà, la melodia è emersa lentamente tra accordi morbidi e risonanze lasciate respirare nello spazio.
Un finale che ha confermato l’idea di musica come pratica quotidiana: un lavoro costante sul suono, sulla ripetizione e sull’ascolto, da cui, quasi naturalmente, prende forma la creatività, nel silenzio condiviso di una sala in ascolto.














