Mirra, l’incesto sotto vetro

Al Metastasio di Prato, Giovanni Ortoleva rilegge l’ultima tragedia alfieriana in una messa in scena essenziale e contemporanea

Mirra ph Giulia Lenzi
Mirra ph Giulia Lenzi

Il desiderio che non può essere nominato è il vero protagonista di Mirra. Un desiderio che soffoca, che consuma, che non trova lingua. Nell’ultima tragedia di Vittorio Alfieri, la giovane Mirra è promessa sposa a Perèo, ma un male oscuro la divora: rifiuta il matrimonio, si ammala, si chiude in un silenzio ostinato che nessuno riesce a penetrare. Solo nel finale, sotto la pressione del padre Ciniro, confessa l’indicibile: l’amore incestuoso per lui. Non c’è redenzione, non c’è sublimazione. Solo distruzione.

Nel mito, consegnato alle Metamorfosi di Ovidio, questa passione è frutto della vendetta di Venere, che punisce la madre di Mirra colpendo la figlia con un desiderio empio. Alfieri sfronda il soprannaturale: la dea non appare, la maledizione non si manifesta. Restano solo gli effetti. Il conflitto non è più tra uomo e divinità, ma interamente interno alla coscienza. Il desiderio diventa forza cieca, quasi anankastica, senza volto. Qui la tragedia si fa modernissima: non colpa inflitta dall’esterno, ma frattura insanabile tra impulso e nomos.

Mirra ph Giulia Lenzi
Mirra ph Giulia Lenzi

Presentata in prima nazionale al Teatro Metastasio di Prato, la regia di Giovanni Ortoleva sceglie coerentemente una linea anti-monumentale. A quasi quarant’anni dallo storico allestimento di Luca Ronconi, il confronto è inevitabile, ma Ortoleva evita ogni solennità marmorea. La tragedia non è statua: è materia compressa.

La scena è una casetta di tela bianca semitrasparente, illuminata dall’interno da un lampadario classico. Una serra domestica. Un interno borghese sotto vetro. Lo spazio si fa dispositivo: protegge e imprigiona, custodisce e soffoca. La famiglia è una struttura chiusa, osservabile, anatomica, attraversata da una tensione panottica. In questa teca si consuma il dramma di una ragazza che non riesce a dire ciò che prova. Il silenzio diventa materia scenica; il non detto vibra tra le pareti di tela. Quando nel finale la struttura si solleva, l’aria sembra entrare. È l’aria della tragedia, non della liberazione. La tela ricade lentamente, trasformando la casa in un’urna.

La vera sfida era il verso. L’endecasillabo sciolto di Alfieri rischia sempre la declamazione. Qui perde patina accademica e si fa dialogo. Il lavoro sul ritmo è controllato, la lingua respira, il sottotesto emerge senza sovrastrutture. La comprensione è immediata, il flusso serrato, mai naturalistico in senso banale.

Mirra ph Giulia Lenzi
Mirra ph Giulia Lenzi

Sul piano interpretativo, l’equilibrio non è uniforme. Monica Demuru offre una Euriclea vigile e partecipe, mai retorica, sostenuta da una presenza vocale efficace anche nel canto. Marco Divsic costruisce un Perèo asciutto, credibile nel suo smarrimento. Marco Cacciola trova misura nel progressivo sgretolarsi di Ciniro, soprattutto nel confronto finale. Più trattenuta la Mirra di Lorena Nacchia, attraversata da una tensione costante che finisce per irrigidire le dinamiche e limitare le sfumature emotive; Mariangela Granelli, nei panni di Cecri, è precisa ma meno incisiva sul piano emotivo.

Ne emerge una lettura coerente, disciplinata, che restituisce Alfieri alla contemporaneità senza forzature. L’assenza del divino, già inscritta nel testo, trova qui un corrispettivo scenico limpido: nessun intervento dall’alto, nessuna catarsi consolatoria. Solo una casa che trattiene il respiro. Solo una giovane donna divorata da un desiderio che non può essere detto. Non c’è dio a giudicare. Solo uno sguardo umano che non regge la verità.

PANORAMICA RECENSIONE
Regia
Drammaturgia
Attori
Allestimento scenotecnico
Pubblico
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mirra-lincesto-sotto-vetroMirra <br>di Vittorio Alfieri <br>adattamento e regia di Giovanni Ortoleva <br>con Marco Cacciola, Monica Demuru, Marco Divsic, Mariangela Granelli, Lorena Nacchia <br>scene Federico Biancalani <br>costumi Aurora Damanti <br>light designer Massimo Galardini <br>musiche e sound design Pietro Guarracino in collaborazione con Davide Martiello <br>assistente alla regia Caterina Rossi <br>produzione Teatro Metastasio di Prato, Teatro Stabile di Torino - Teatro Nazionale <br>PRIMA NAZIONALE

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