Sollima e Il Pomo d’Oro in Frammenti di Mediterraneo: un viaggio intenso e arcaico

Al Teatro Manzoni di Pistoia Giovanni Sollima e l'orchestra Il Pomo d’Oro in un racconto musicale tra Barocco e tradizioni popolari

Giovanni Solllima ph Alberto Panzani
Giovanni Solllima ph Alberto Panzani

Il concerto Frammenti di Mediterraneo, affidato a Giovanni Sollima e a Il Pomo d’Oro al Teatro Manzoni di Pistoia, ha messo in gioco una visione. Una visione inquieta, stratificata, profondamente politica nel senso più alto del termine, in cui il Mediterraneo non è mai paesaggio, ma spazio di tensione, ferita aperta, luogo di passaggi e di perdite.

Il punto di partenza simbolico – Al Bunduqiyya, la Venezia medievale osservata dal mondo arabo – ha immediatamente spostato l’asse dell’ascolto. Una città porosa, attraversata da lingue, corpi, commerci, memorie. È da qui che Sollima costruisce il suo discorso: dal rifiuto di un’origine unica, dalla consapevolezza che ogni identità musicale è il risultato di fratture, sovrapposizioni, dimenticanze.

Il frammento, assunto come categoria compositiva e critica, diventa così il vero protagonista della serata. Non ciò che manca, ma ciò che resiste, una scintilla da cui ripartire. In questo senso, Frammenti di Mediterraneo si colloca deliberatamente oltre la dicotomia tra fedeltà filologica e libertà creativa: la filologia, qui, è un gesto corporeo, un atto di ascolto radicale del passato.

Il Pomo d'oro
Il Pomo d’Oro

L’apertura è affidata alla danza come gesto originario. Il Kartsilamades I, danza cipriota “faccia a faccia” dal ritmo irregolare, introduce immediatamente il corpo nella musica: l’asimmetria metrica, la pulsazione instabile, il carattere dialogico diventano materia strutturale. Nell’elaborazione di Sollima, il violino e il violoncello si rincorrono e si fronteggiano, sostenuti da un tessuto strumentale che non accompagna, ma partecipa. Fin dall’inizio, il Mediterraneo è presentato come spazio di incontro e scontro tra culture.

Con Aria del Tasso e GondoliereLieto ti prendo e poi” di Giuseppe Tartini il discorso si sposta su un terreno settecentesco, ma senza abbandonare l’idea di mobilità. Queste arie strumentali, sospese tra canto e gesto virtuosistico, rivelano una vocalità interiorizzata, quasi strumentale nel senso più profondo. Il dialogo tra violino e violoncello assume qui un carattere più lirico: la cantabilità è sempre attraversata da una tensione espressiva che prepara il terreno al cuore concettuale del programma.

Il perno della serata è Il Concerto Perduto per violoncello, archi e basso continuo. A partire dai frammenti dei concerti vivaldiani “a Teresa”, Sollima costruisce un’opera che è insieme omaggio, interrogazione e atto creativo. I tre movimenti canonici (Allegro – Andante – Allegro) instaurano un autentico dialogo con Antonio Vivaldi.

Il violoncello emerge come voce narrante, come soggetto che attraversa epoche e linguaggi. L’Andante centrale, in particolare, concentra una densità espressiva quasi elegiaca, mentre gli Allegri sono attraversati da frizioni ritmiche e modali che incrinano la superficie barocca. Il frammento non viene colmato, ma esposto, lasciato risuonare come ferita sonora.

Dopo l’operazione critica del Concerto Perduto, il ritorno a Vivaldi assume un valore rivelatore. Il Concerto in si bemolle maggiore RV 547, con il suo equilibrio formale e la brillantezza concertante, non appare come un blocco monumentale, ma come una pagina aperta, porosa. Il dialogo tra violino e violoncello è reso con grande chiarezza, mettendo in luce una scrittura già predisposta allo scambio di ruoli e alla mobilità delle funzioni strumentali.

Con Moj e bukura More il tempo sembra sospendersi. Il canto arbëreshë irrompe come memoria collettiva, come voce di una diaspora. L’elaborazione di Sollima è essenziale, rispettosa, ma profondamente consapevole: la melodia non viene “armonizzata” in senso tradizionale, bensì collocata in uno spazio sonoro rarefatto, dove ogni nota pesa come identità. È uno dei momenti più intensi e vulnerabili della serata.

Segue un brano di transizione e di tensione, Moghul, che introduce una scrittura più nervosa, quasi ipnotica. Le linee si addensano, il ritmo si fa incalzante, e l’orizzonte mediterraneo sembra aprirsi verso altre geografie, altre stratificazioni culturali. È una pagina che agisce per accumulo energetico.

Il ritorno alla danza chiude il cerchio aperto all’inizio, ma in una forma trasformata. I Karsilama successivi, ovvero il II e III,  appaiono più complessi, più stratificati, quasi rituali. La danza si fa memoria del gesto, eco di qualcosa che si è già consumato e che tuttavia persiste.

Giovanni Solllima
Giovanni Solllima

Il Concerto in fa maggiore RV 544 “Il Proteo, o sia Il mondo al rovescio”, il concerto più sperimentale di Antonio Vivaldi, diventa qui snodo concettuale decisivo. L’inversione dei ruoli, la continua metamorfosi strumentale, l’instabilità formale risuonano in perfetta sintonia con la poetica di Sollima. Il violoncello, protagonista inatteso, incarna pienamente la figura proteiforme evocata dal titolo. È un Vivaldi inquieto, teatrale, sorprendentemente contemporaneo.

Il viaggio prosegue con il Recitativo dal Grosso Mogul RV 208 di Antonio Vivaldi, che rappresenta come una soglia. Il recitativo agisce da spazio di sospensione, di passaggio, quasi un respiro prima della conclusione. La parola, pur assente, sembra evocata nella flessibilità del gesto, in un declamato che guarda oltre la forma.

La chiusura ufficiale appare come un’apertura. The Family Tree propone una genealogia musicale non lineare, fatta di innesti, contaminazioni, relazioni sotterranee. La musica si espande in una dimensione quasi visionaria, suggerendo che la storia non procede per successioni ordinate, ma per reti invisibili.

Quindi, come in un cerchio, il viaggio si chiude con il brano d’apertura, la danza cipriota Kartsilamades I ed infine un nuovo ed ultimo bis, fuori programma: un canto armeno, eseguito con estrema nudità, senza alcuna mediazione spettacolare. Una melodia arcaica e dolcissima, affidata al silenzio e all’ascolto concentrato della sala. In quel gesto semplice e radicale si è condensato il senso profondo dell’intero progetto: la musica come memoria viva, come voce che attraversa la storia senza mai appartenere del tutto a un’epoca.

Un concerto che ha saputo trasformare il programma in racconto, e il racconto in un rito collettivo d’ascolto. Lunghi ed entusiastici gli applausi finali, sospesi come in attesa della prosecuzione del viaggio.

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