
Metti una sera sulla Prenestina, una maschera veneziana e un ingresso sotterraneo che sembra quello di un bunker. No non è l’incipit di un film. Anche se oltrepassata la soglia sembrerà in fondo di essere stati letteralmente shakerati ed esplosi nell’universo mentale di Kubrick, Lynch e Guillermo del Toro. Ma pure un po’ Lars von Trier. Sono le premesse di Elsinore Carnival. Lo spettacolo ideato dal collettivo Project XX1 a via Aquilonia a Roma, nel cuore di un pacifico quinto municipio fatto di bar, parrucchieri, panifici e palazzine basse. Ma l’eroico passaggio della soglia trasforma la lenta passeggiata di una coppia, o un immancabile anziano assorto in un qualsiasi cantiere giubilare a caso in una cerimonia trasformativa.
Trattasi di teatro immersivo. Ma forse è anche un po’ riduttivo esemplificarlo a questo. Percorrendo una discesa buia, dopo la consegna di una maschera per celare l’identità di ciascuno spettatore, la promessa è quella di un’esperienza in incognita. Osservatori osservati entrano in uno spazio allestito in ogni minimo dettaglio, in un mood fra un pianeta postmoderno e dimensione stempunk. Ci sono talmente tanti oggetti, che si fa fatica a farseli entrare tutti negli occhi. Lo spazio è ampio eppure nient’affatto dispersivo, sembra suggerire l’idea di un labirinto pensato per ritrovarsi. Ma non prima di una lunga e medicamentosa gita nel tunnel. Non a caso il primo ambiente è quello di un piccolo budoir/camerino di una certa Sarah, pieno di disordine, glitter e pastiglie sparse, perfetta rappresentazione di un’anima inquieta. In fondo pure un po’ la nostra.
Entrati nel rifugio atomico siamo invasi dall’atmosfera carnevalesca di una festa in maschera, quella della corte di Elsinore dove un giovane Hamlet (Pietro Marone) si aggira pieno di rabbia. Ma la compagine umana è ben più numerosa del solo principe di Danimarca a caccia di marcio. Ci sono immancabili, la coppia Rosencrantz (Vittorio Carotenuto) e Guildenstern (Alessandro Giova) redivivi, i cui spassosi scambi non possono non attivare parallelismo cona la tragicommedia di Stoppard. Carotenuto e Giova dominano il centro di una piccola barca coi loro dialoghi, in realtà nient’affatto surreali, ma che ugualmente galleggiano nel limbo di un’attesa beckettiana.
Noi spettatori gravitiamo intorno, come boe alla deriva, risucchiati a tal punto dal vortice dei loro discorsi che, nel mio caso, solo il rapimento della sottoscritta da parte del personaggio di Fèliso (Eny Cassia Corvo), l’unico non “amletiano”, mi strappa dall’incantesimo comune per catturarmi nel suo, con la stesse movenze di un felino astuto. D’altra parte felis è giustappunto l’etimologia latina del gatto. È solo uno dei molteplici possibili scambi diretti spettatore-personaggio, in cui l’attore o attrice circoscrive il/la proprio/a interlocutore/trice in uno spazio “altro”. Più altro ancora, se possibile, di quello in cui già ci muoviamo entrambe, maschere fra le maschere, e attiva un confronto vis a vis diretto e spiazzante.

Ritorno nel mixer della festa. Intercetto Gertude (Sara Adami) e il Re Claudius (Marco Benvenuto) in una piccola alcova, che già avevo abitato ascoltando il monologo frenetico di Amleto contro sua madre. Mi metto sulle tracce di piccoli calici metallici, coi quali brindo assieme agli altri convitati e di nuovo sono via. Verso il cimitero, lo studio del dottore-Polonius (Stefano De Majo) e poi a sedere su un trono di tubi e cavi scoperti, un telefono che squilla a cui devo rispondere per forza, panni stesi in un lavatoio che si tinge di porpora e infine lei. Ofelia, la fragile e al tempo stesso potentissima architrave di tutto il racconto esperienziale. Una stregante Camilla Benvenuto che grida, strepita, si agita, sussurra e fissa silenziosa i volti di tutti con una fontana di lacrime mute che sento chiaramente sgorgare infami lungo l’esofago. Il mio, il suo. Non ricordo più.
È lei che letteralmente tirerà le fila del gioco, ma in che modo non è opportuno svelarlo in questa sede. Il rischio è quello di distruggere il cristallo sfaccettato di questa nuovissima Hamletmachine, che tuttavia non paga debiti o raccoglie eredità wilsoniane. Piuttosto sembra ripartorirsi costantemente come geniale figlio senza padri. Ma per il buon lettore un indizio è già nascosto fra le righe.
Continuo il viaggio mentale. Incontro il Capocomico Marco Zordan – mai ruolo fu per lui più calzante – figurandomelo preso a prestito direttamente dal Sogno shakesperiano. Mi offre un teschio, parliamo, ci regaliamo domande irrisolte e ancora via. È già tempo di entrare in un nuovo loop. Insomma potrei raccontarli tutti i passaggi di Elsinore Carnival e ancora non resituirei un quadro abbastanza esaustivo dell’esperienza che, come tale, racchiude in sè l’individualità della sua essenza e per questo da viversi singolarmente. D’altra parte ogni sera i performer cambiano e con loro la nostra singolare visione. Da critica posso solo dire che è stato un frullatore di tante cose, tutte positive. Anche quando negative.
Un’operazione scenica a dir poco perfetta, con un riadattamento magistrale che merita il mio virtuale inchino agli ideatori-registi Riccardo Brunetti e Alessandro D’Ambrosi… Chapeau signori! Mi è parso per un istante di fare una ristoratrice passeggiata per le vie del Fringe edimburghese, respirando quell’aria di creativa esuberanza che spesso sento mancare dalle nostre parti. Che dire? Shakespeare fu in primis un grande adattatore e azzardo a scrivere che questo Elsinore Carnival gli sarebbe piaciuto assai! Per tutti i fan del bardo di Stratford-upon-Avon dal 19 settembre 2026 Elsinore Carnival ancora in scena a Roma. Imperdibile.














