
È un incanto vedere gli artisti de LaRibalta/SCARTI al TeatroLaCucina dell‘ex-Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano, in apertura di Da vicino nessuno è normale, manifestazione di cui Olinda festeggia quest’anno il trentesimo anniversario. Portano in scena La Tempesta da Shakespeare, diretti da Antonio Viganò.
Sono otto performer, con e senza disabilità, allenati a un ottimo teatro fisico e, perché no, anche di parola. Consapevolezza del corpo, controllo dello spazio e rigore del ritmo sono gli imperativi del loro training quotidiano. A questo si aggiunge la capacità di stare in situazione, abitando il personaggio. Competenze che, nel loro insieme, non pochi attori invidierebbero. Nei loro occhi si legge la precisione del compito, per non parlare del valore di essere interpreti a pieno titolo, capaci di veicolare con gli strumenti della propria umanità una storia.
Il racconto shakespeariano, rivisitato da Viganò, si srotola sotto gli occhi dello spettatore, seguendo una struttura circolare: dall’ingresso degli attori-personaggi, evocati subito con fare autoritario dal teatro di Prospero e poi impegnati nella vestizione, fino all’epilogo, con la loro liberazione. Una volta delimitato lo spazio scenico con un tappeto, la recita può incominciare.

Sappiamo che il duca di Milano, detronizzato ed esiliato su un’isola con la figlia Miranda dal fratello Antonio, si serve di Ariel: spiritello irriverente e incline allo scherzo, abile nel muovere per lui la macchina teatrale. Pochi oggetti trasfigurati nel loro uso, suoni e rumori prodotti in scena e una potente linea melodica animano l’universo del Mago. Così prende forma la vendetta contro l’usurpatore. Demiurgo divenuto autocrate, Prospero finirà per abdicare al suo ruolo di grande burattinaio, restituendo agli spiriti imprigionati la loro emancipazione.
Allentando la presa, si rivela capace del perdono non solo nei confronti degli uomini, ma anche di quella figura reietta di Calibano: isolano proveniente dal Sud del mondo, espropriato dalla Storia e costretto a incarnare il male – all’epoca del Bardo come oggi – perché l’Ombra sta sempre fuori e possibilmente lontana da noi.
D’altra parte, al selvaggio ferito era stata affidata nel prologo la denuncia dello stereotipo che proietta sul nero ogni mostruosità. Alla fine, quella del duca sarà una rinuncia totale. Al controllo, alla rabbia, alla vendetta.
Commoventi risultano diversi momenti dello spettacolo, di cui ricorderemo il corteggiamento rituale fra i due giovani Ferdinando e Miranda, fatto di micro-gesti reiterati, come nei saluti dei ragazzi d’oggi che creano riconoscimento identitario, ma rimandano anche alla lezione di Wuppertal. Trasudano grazia e rispetto, detto altrimenti: amore, come nel P’tit Bal Perdu di Decouflé e Houbin (1995).

Nel lavoro tutto è gioco fanciullesco. Un residuo di corona evoca il Re di Napoli, una terrina colma d’acqua diventa il teatro della tempesta, azionata con il soffio di una cannuccia dallo spiritello, il quale nei tempi morti si dondola sull’altalena, ridendo del gran teatro del mondo.
Le linee del racconto si formano sotto i nostri occhi e si disfano in uno spazio onirico che è perpetuo movimento. Così il riverbero di piccole onde concentriche si propaga nell’universo. La rivoluzione è cominciata. Non manca l’uso mirato della maschera a caratterizzare il buffone Trinculo, mentre abili e ingenui giochi circensi fanno dialogare i personaggi. Sullo sfondo, un sipario che in controluce lascia intravedere una fila di poltrone su cui siedono gli attori, pure musicisti, fuori scena. Al di sopra campeggia la scritta “TEATRO”, perché di rappresentazione si tratta anche nell’opera di Shakespeare.
Come da copione, alla fine Prospero rinuncerà ai suoi poteri, ma qui sono condivisi con soggetti che non si lasciano agire, rivendicando la propria presenza sulla ribalta. Vogliamo ricordarli tutti, gli interpreti. Sono Jason De Majo, Rodrigo Scaggiante, Sara Menestrina, Michael Untertrifaller, Stefania Muratori Mazzilli, Johannes Notdurfter, Francesco Pennacchia, Rocco Ventura.
Grazie a loro, lo spettacolo vive di istanti di verità, poesia e bellezza, di cui giovani e meno giovani hanno urgente bisogno oggi, per ritrovare nello spaesamento quell’umanità che stiamo perdendo. Una condizione resa possibile solo dal fare, riappropriandoci di corpo e parola. Una lezione di vita e di teatro.














