La figlia di Kioto Zhang, scorretta ma non troppo

La dark comedy scritta e diretta da Massimo Odierna in scena allo Spazio Recherche dal 5 al 7 giugno si spinge oltre i confini artisitici di genere, ma l'ibrido non ci crede fino in fondo

Mi dicesti un giorno strano che l’amore è cambiare le lampadine. Stringimi forte che ho paura di morire. E immaginarsi diversi con un cane e una casa dove tu puoi dipingere. Cambiare mille progetti, che ci piace così, noi siamo bravi a distruggere… Così canta Davide Petrella, in arte Tropico in Ubriachi di vita, raccontando la più banale e didascalizzante, ma forse per questo crudelmente autentica metafora di coppia. Almeno delle coppie che si autoincastrano ostinate in modelli mulinobianchesi. A braccetto con altri quadri moderni da pomeriggi all’Ikea o Arredo Bagno alla forsennata ricerca di “costruzione”.

Su questa immagine del cambio di bulbo, Massimo Odierna disegna abilmente quello che per me può considerarsi il vero core de La figlia di Kioto Zhang in scena allo Spazio Recherche dal 5 al 7 giugno. In fondo è da questo centro pulsante che si dipana l’interno concept dello spettacolo, volto a offrire in pasto agli spettatori la ridicola parata di tutti i nostri tabù e farse quotidiane. Ecco allora che la sottotraccia narrativa di un mondo simil post-moderno, un po’ alla Orwell, ma con meno serietà, immaginato come l’esacerbazione estremissima (futuribile?) di quello attuale è solo un pretesto per raccontare, anzi decostruire, l’universo delle relazioni.

Thomas donnaiolo alcolizzato che salta come una cavalletta impazzita da un appuntamento sessuale all’altro, senza mai riuscire a trovare in nessuno il vero balsamo curativo per la propria anima inquieta e imbastardita, si imbatte in Libero, un ex compagno di scout innamorato di una minorenne asiatica figlia del suddetto Kioto Zhang, comandante delle guardie imperiali. Si perchè siamo pure in una specie di clownesca dittatura in cui, più che le menti, si controllano i piatti in tavola, non ultime le crocchette del cane.

Parte così la metafisica ricerca della “dolce Noa”, in un pastiche umano di personaggi improbabili e irresistibili. Come zia Magda dal pelliccioso look steampunk, interpretata da una bravissima Irene Ciani, o Amelie (altrettando poderosa Sofia Taglioni) ex di Thomas impantanata in una filosofia green-zen in cui, manco a dirlo, c’è l’immancabile santone misofilo. E poi Francesco Petruzzelli il padre pederasta al quale forse spettano alcune fra le battute migliori dello spettacolo e di cui Petruzzelli veste alla perfezione i panni col baffetto dandy, la vestaglia e la pipa da esploratore otto-novecentesco, non di mondi, ma bordelli.

Completano il cast un bravo Enoch Marrella, che ci regala la maschera di un tenero sfigatello, ma pure insospettabile demiurgo e Maria Giulia Scarcella. A lei spetta l’ingrato compito di incarnare tutte le grottesche declinazioni femminili degli appuntamenti di Thomas, in fondo forse sempre la stessa donna, che Scarcella fa esplodere senza freni, anche grazie a una presenza scenica che spacca lo spazio.

Last but not least lui. Thomas. A dargli corpo, ma soprattutto voce, uno strepitoso Giovanni Serratore che ne realizza la nerissima parabola umana impattando sul testo senza mai fagocitarlo. È lui il propulsore radiale da cui si dipana l’intera vicenda, è lui a dettare tempi e ritmo. Lui l’indimenticabile svitatore di lampadine immaginarie, a favore di giochi di ruolo di coppia in cui è d’obbligo solo fingersi felicemente innamorati, o sedati. Sì lo so, di solito si parla in coda degli attori, ma in questo caso gli spetta il podio della recensione. È questa sestina di artisti da palco che si è meritata la parte migliore della presente revisione critica. Si venga ora alle dolenti note. Drammaturgia.

Giovanni Serratore e Maria Giulia Scarcella nella scena della “lampadina” ne La figlia di Kioto Zhang in scena allo Spazio Recherche dal 5 al 7 giugno 2026.

Il testo di Odierna che ho felicemente qui recensito per Signorotte, è carico, forse troppo. La quasi istintuale ossessione della maggior parte dei registi per i tempi morti, spesso porta a infarciture verbose o azioni multiple e serrate. A mio, sempre modesto e opinabile avviso, è pure questo il caso. Peccato perchè di battute memorabili, loro malgrado inghiottite dall’ansia performativa del testo, ce ne sono parecchie. Anche molto sgradevoli e forse per questo davvero efficaci. Cito malamente a memoria una delle poche che riesco a ricordare.

La pronuncia Thomas, quando afferma dolente la fatale devozione verso il tradimento delle persone che amiamo di più. Ma non è certo l’unica perla. Si potrebbe pescare davvero a mani basse in questo sub-interno borghese ribaltato “pulp esistenziale”. È tutto velocissimo, ma non incoerente col profilo artistico del prodotto scenico, fatica e limite mio stargli dietro. Dopotutto l’eccesso che appunto in fondo qui ha pure un suo senso, non è la pecca per me più fastidiosa. Quello che ha funzionato meno è il freno a mano tirato sulle istanze surreali.

Proprio quelle che sottraggono definitivamente lo spettacolo dalla scomoda etichetta di figliastro acerbo di Carrozzeria Orfeo. Odierna lo ha intelligentemente sfilato da quella linea dark apocalittica serissima e ha piuttosto impastato la vicenda e i personaggi reali in situazioni ionesco-beckettiane. Giusto e azzeccato, ma non abbastanza. L’intreccio narrativamente “coerente” si inscrive nel teatro dell’assurdo, attingendo di sguincio a tutta la possibile iconografia filmico-fumettistica millenials. Apice assoluto la citazione su La storia fantastica, i cui sceneggiatori devono a questa generazione un certo numero di sedute. Sopratutto per aver riscritto in toni assai più densamente mielosi il romanzo originale di Goldman. Ma non mischiamo le carte.

Scrivevo che i generi si mischiano invece nello spettacolo, qui e lì innestati di politicamente scorretto (ma poi davvero?), l’ibrido che ne risulta però stenta il decollo. Con lo scorrere dello spettacolo lo storyboard “reale” schiaccia quello immaginario, assurdo, surreale, molto più divertente e cattivo, rompendo in qualche modo l’argine della sospensione di incredulità e riportandoci sulla terraferma. Favola nera finita, male, ma non malissimo come dovrebbe. Ce la scioglie il buon Libero col più scontato fra gli infami desideri umani: quello di riconoscimento sociale.

Si sgonfia tutto. Colpa soprattutto proprio del finale, che tenta di imbastire col filo rosso della leggenda cinese un bel coup de théâtre nostalgico-sentimentale, ma che finisce per banalizzare tutte le istanze più crude e ironicamente pungenti del testo. Sissignori finale bocciatissimo, come un’inutile punturina palliativa dentro un corpo mostrato sempre marcescente, su cui non poteva che calare l’ascia di un vero colpo di grazia. Senza nessuna carezzuccia. Cosa per la quale, ammettiamolo, avrebbe goduto vilmente tutta la nostra umana attrazione verso lo spettacolo della morte. Eh ma io già sento le vocine dei supporters gridare: ma-non-capisci-che-questo-Thomas-tombeur-de-femmes-è-ridicolissimo-e-drammaturgicamente-geniale-proprio-perchè-col-cuoricino-winniepoohesco-che-non-ha-dimenticato-la-ex-ma-non-sa-come-amarla-senza-farle-del-male! E allora come sempre denuncio la mia limitata attitudine alla comprensione delle scelte autorali. Sorry.

Salvissima invece la regia che gioca in modo brillante sulla luce del niveo Spazio Recherche in contrasto con le anime inchiostrate dei personaggi, inscritti nel perimetro rosso tracciato sul pavimento che ne descrive lo spazio -volutamente vuoto- d’azione in una potente dinamica di dentro-fuori nient’affatto scontata. Così come il sottotesto su ciò che esiste davvero, forse niente, forse nessuno. Presenza-assenza che si fanno la guerra con solo morti in campo. Anzi no, zombie contemporanei.

Il mondo alienato di questa pièce dove è impossibile trovare l’amore, disperso o solo inventato come la povera Noa, che ne diventa forse metaforica estensione, alla fin fine ci fa per assurdo annegare nel dubbio che i costruttori, così a lungo fustigati, conoscano invece un segreto sfuggito ai pessimisti che distruggono di default. Questo mi sussurra il finalone quasi melò. E un po’ lo ammetto, da spettatrice, mi delude. Non per il messaggio in sè, il teatro poi è il luogo meno adatto a propinare morali da banco, ma piuttosto per tutta la mancata causticità di cui la chiosa di questa storia sarebbe stata potenzialmente capace.

Insomma com’è dunque questa Figlia di Kioto Zhang? A tirare le somme non se ne può scriver male, è quasi un manuale delle giovani marmotte senza rimedi sui possibili disastri relazionali e solo per questo già carico di stelline a fondo pagina. Ironia, nichilismo, tossicità e sarcasmo, c’è tutto quello che serve in salsa tarantiniana soft-no-splatter da graphic novel. Queste sono il mio obolo di cinque righe instragrammabili. Lo spettacolo è invero una creatura vagabonda e volutamente ambigua (non sempre in modo azzeccato), a cui mi piace tuttavia regalare anche una visione se non terapeutica, almeno consapevole sui mostri nascosti dietro i nostri ego fuggiaschi e sessualmente inquieti. Chi fra quella compagine umana non vi ha dopotutto ravvisato anche solo un minuscolo, amaro, indigeribile specchio e spicchio d’anima, è un mentitore da quattro soldi. Amen.