
Il lavoro di Vitaliano Trevisan Scandisk, scritto nei primi anni 2000, porta i segni del tempo, anche se il titolo evoca l’informatica odierna e l’era dell’Intelligenza Artificiale. In ambito tecnico, scandisk è un programma che controlla e ripara file danneggiati nell’hard disk, la memoria del computer. È ciò che Trevisan tenta con questa tragicommedia: scandagliare il meccanismo di un’azienda di vent’anni fa, focalizzandosi sul magazzino dove tre operai veneti ripetono gesti meccanici, si adattano a una logistica fredda e spesso incomprensibile, e obbediscono alle regole, agli obblighi e ai turni della direzione. Oggi, certe mansioni, come lavorare con i muletti e spostare i pallet le svolgono i robot.
Questi operai, però, non sono algoritmi o codici, ma persone reali, con limiti, difetti, idiosincrasie, speranze e sogni – più o meno realizzabili. Fantasticano di fuggire dalla fabbrica, di rapinarla, di volare a Cuba. Ma in Trevisan non conta la trama: contano la traccia emozionale, la risonanza delle parole che si fondono ai rumori stridenti della fabbrica, per poi dissolversi in silenzi pesanti. Dietro quei silenzi si annida il “non detto”, rendendo illusorie le ipotesi di scelta, riscatto e libertà.

Il testo evoca un territorio preciso: il Nord Est veneto degli “schei”, con il suo sviluppo economico impetuoso e talora ottuso, che erode la cultura popolare, devasta il paesaggio, omologa le persone al consumismo e umilia il lavoro manuale e impiegatizio. Attenzione, però: non c’è critica sociologica esplicita. Emerge una visione priva di retorica e soluzioni consolatorie. Il quotidiano, nella sua brutalità, vive nei corpi e nelle loro pulsioni – a tratti animalesche –, in una lingua primitiva e impoverita, incapace di afferrare il passato e delusa dal presente.
Scandisk, in scena al Teatro Fontana il 28 e 29 aprile, è prodotto da Emilia Romagna Teatro, con Mauro Bernardi, Beppe Casales e Jacopo Squizzato (anche regista). Una scenografia scabra ma efficace consente ai tre personaggi di muoversi come robot, creando un’atmosfera angosciosa di alienazione e impotenza, mentre fuori scena riecheggiano i rumori e l’inumano respiro della fabbrica.














