EAR, quando l’arte incontra l’intelligenza artificiale

L’evento diffuso Enacting Artistic Research ha reso Roma per una settimana capitale della ricerca techno-artistica

EAR Enacting Artistic Research ph Valentina Sensi
EAR Enacting Artistic Research ph Valentina Sensi

Quando l’arte incontra la tecnologia e l’intelligenza artificiale, si apre un mondo tutto da scoprire. Un mondo di sperimentazioni, contaminazioni affascinanti tra creatività e algoritmo, tra storia dell’arte e realtà virtuale. Opere ibride che ci costringono a ripensare i confini tra passato e futuro, tra umano e artificiale. Scenari di un’arte di frontiera, che forse non ha ancora un nome definitivo ma che sta già accadendo.

È quanto si è potuto vedere (e ascoltare) a Roma dal 16 al 21 febbraio: sei giorni in cui la città eterna ha smesso di essere solo palcoscenico del patrimonio artistico mondiale per diventarne laboratorio, hub diffuso di ricerca.
EAR – Enacting Artistic Research ha unito diversi punti della città come una costellazione: dall’Accademia di Belle Arti all’Ara Pacis, dal Conservatorio di Santa Cecilia ai Musei Capitolini, coinvolgendo le Accademie di Roma, Firenze e Brera, i Conservatori di Roma e dell’Aquila, l’Università Politecnica delle Marche e l’INFN – Università Roma Tre.
Non un singolo evento, ma quasi una geografia di un pensiero artistico in divenire.

Marino e l’arte del prompting (quattrocento anni prima dell’AI)

Una delle esperienze più interessanti è stata la mostra immersiva “Purché tiri al favoloso. Giovan Battista Marino tra mito, metamorfosi e meraviglia” all’Accademia di Belle Arti. Qui si scopre qualcosa di inaspettato: il rapporto tra parole e generazione di immagini non nasce oggi con l’intelligenza artificiale, ma affonda le radici nel Seicento barocco.
L’opera “La Galeria”, pubblicata per la prima volta nel 1619, è stata un originale tentativo di trasporre in parole e versi la meraviglia di un numero enorme di pitture e sculture che Marino aveva avuto modo di ammirare nei suoi viaggi.
Una poetica costruita sul coinvolgimento sensoriale, basandosi su quella che si chiama ecfrasi, cioè la pratica di trasformare in parole un’opera visiva. Un testo che nasce da immagini e che poi, un po’ come il prompting per l’IA, diventa input per generare a sua volta immagini mentali e digitali, emozioni e visioni.

EAR Enacting Artistic Research ph Valentina Sensi
EAR Enacting Artistic Research ph Valentina Sensi

Le parole di Marino si sono fatte voce narrante in una galleria immersiva di dipinti barocchi in videomapping. Inoltre, tramite l’Oculus VR (il visore che consente di muoversi nella realtà virtuale), è stato possibile “entrare” nello studiolo privato dello scrittore, interagire con i suoi oggetti, vivere e vedere in prima persona quello che quattrocento anni fa era possibile solo attraverso la parola scritta.
A dimostrazione di come gli strumenti digitali possano rivelare connessioni inaspettate tra passato e presente.

L’AI che stimola (e non sostituisce) il pensiero creativo

L’installazione “One, Too Many — Am I scared by AI coagency?” ha ribaltato la prospettiva: qui l’intelligenza artificiale non produce opere, ma stimola il pensiero divergente e la generazione di idee umane. L’AI non è celebrata come autrice né demonizzata come minaccia, ma usata per innescare l’intelligenza collettiva.

L’esperienza, sviluppata con la piattaforma °’°Kobi (presentata nella release 4.5), propone un uso inedito dell’IA: la tecnologia non come fine ma come catalizzatore del processo creativo umano. Durante l’evento, postazioni dedicate hanno trasformato i visitatori da spettatori in co-autori, permettendo di sperimentare direttamente questo approccio.

Vedere l’invisibile e toccare il visibile

Alla Pinacoteca dei Musei Capitolini, la proposta “Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva” ha indagato attraverso strumenti di diagnostica una serie di disegni, ripensamenti e opere incompiute, celate sotto la loro versione definitiva.

EAR Enacting Artistic Research ph Valentina Sensi
EAR Enacting Artistic Research ph Valentina Sensi

Negli spazi dell’Accademia, con l’iniziativa “Processi creativi e AI. Michelangelo e Sebastiano del Piombo”, intelligenza artificiale e imaging avanzato hanno permesso di visualizzare le fasi immaginative della creazione.
Particolarmente suggestivo il progetto “Mappare gli strati pittorici” di INFN – Istituto nazionale di fisica nucleare di Roma Tre, che attraverso la tecnica MA-XRF (imaging di fluorescenza a raggi x), ha restituito la stratigrafia nascosta delle superfici dipinte, rendendo leggibili i mutamenti di idea dell’artista e i rifacimenti che l’occhio umano non può vedere.
Un altro esempio: l’evento “Patrimoni di ricerca: Hayez, Piatti e il processo creativo” ha presentato i risultati della ricerca sviluppata dall’Accademia di Brera che, grazie a una campagna diagnostica, rilegge il processo creativo di Francesco Hayez e di altri protagonisti tra Otto e Novecento.

Diversi dispositivi hanno invece reso disponibile la pittura al senso del tatto: “Tiziano tangibile. La Pala Gozzi” ha affiancato una riproduzione gigapixel della celebre opera cinquecentesca a modelli 3D e materiali tattili, come i tessuti di cui avrebbero potuto essere vestiti i personaggi.

La tecnologia in tutti questi casi non sostituisce lo sguardo critico, ma lo amplifica: permette di leggere le opere su più livelli, di ripercorrere il processo creativo.

E consente anche di vedere ciò che non è più visibile. Sempre grazie all’uso dell’Oculus VR si è potuta vivere l’esperienza immersiva in realtà virtuale della cappella dipinta da Giovanni da San Giovanni con Il riposo nella fuga in Egitto, custodita all’interno dell’Accademia di Belle Arti di Firenze e oggi non più visitabile.

Il videogame come strumento di ricerca

“Hohenstaufen – The Game” è un originale progetto di gaming realizzato da giovani studenti dell’Accademia, dedicato al patrimonio storico-architettonico di Castel del Monte sulle Murge pugliesi. Non un semplice videogioco ambientato nel passato, ma uno strumento di ricerca che usa il linguaggio video-ludico per narrare la storia in modo coinvolgente, soprattutto per le nuove generazioni.

Un approccio che rende porosi i confini fra intrattenimento, educazione e produzione culturale, e induce a riconsiderare le gerarchie tra i linguaggi espressivi.

EAR ph Monkeys Video Lab
EAR ph Monkeys Video Lab

La musica delle particelle subatomiche

Il 19 febbraio, il Conservatorio di Santa Cecilia ha ospitato il concerto “Mirroring EAR – RAE – Revelations Acoustic Electroacustic”. Ma un’altra sorpresa arriva tra fine marzo e maggio con “Cluster: Symphony of Data”, installazione che trasformerà in tempo reale i dati del bosone di Higgs dell’esperimento ATLAS (che nel 2012 portò alla scoperta della misteriosa particella) in una composizione visivo-sonora.

Il linguaggio della fisica si traduce in quello dell’arte, con le collisioni subatomiche che si fanno immagini e musica.

Il convegno: dalla pratica alla teoria

Il convegno “La genesi dell’opera d’arte attraverso processi innovativi e sperimentali” ha messo a confronto artisti, studiosi e ricercatori provenienti dal Metropolitan Museum di New York, dal Louvre, dall’Opificio delle Pietre Dure, dall’Istituto Centrale per il Restauro.

Non tanto una presentazione di relazioni accademiche, ma un laboratorio di produzione e riflessione, in cui opera e teoria si sono presentate come dimensioni inseparabili.

Lo spirito di EAR: ripensare i confini

EAR non è stato un festival dell’innovazione tecnologica né una celebrazione acritica dell’intelligenza artificiale. È stato piuttosto un tentativo di ripensare radicalmente il rapporto tra arte, patrimonio, tecnologia e ricerca. Di stabilire un punto di incontro e di interazione fra competenze artistiche, tradizione e tecnologie digitali. Di indagare come l’intelligenza artificiale possa essere usata non tanto per sostituire l’artista, quanto per potenziare il pensiero creativo umano. E anche per cambiare sguardo sull’arte, sulla scienza e sui loro possibili legami.

Un percorso che continua. Durante l’evento è stato presentata la piattaforma internazionale “PhD Hub”, che mappa e analizza i dottorati artistici e musicali in Europa e nell’area anglosassone. Una risorsa che offre a studenti, ricercatori e istituzioni uno strumento di orientamento e confronto sui modelli di ricerca artistica.

Perché se i dati delle collisioni subatomiche diventano musica, se la poesia barocca diventa prompt per l’IA, se il videogioco si fa ricerca sul patrimonio, allora ripensare le nostre categorie non è solo un ozio intellettuale, è una necessità.

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