Spinoza di via del Mercato: quando la filosofia incontra la vita

Epifania yiddish per le Parole di Hurbinek. Toni Servillo legge Singer, dall'Etica al perdono stellare

Toni Servillo ph Nicolas Spiess
Toni Servillo ph Nicolas Spiess

C’è un uomo anziano, solo, affacciato a una finestra che separa il suo pensiero dalla realtà. Nella stanza, il dialogo silenzioso con un filosofo morto da secoli; fuori, una via del mercato che continua a pulsare di vita, rumore, corpi. In Spinoza di via del Mercato, racconto del premio Nobel Isaac Bashevis Singer che Toni Servillo ha portato in scena al Teatro Manzoni di Pistoia come lettura scenica, la figura del dottor Nahum Fischelson vive interamente in questa frattura, in un entre-deux costante tra pensiero e mondo. Da una parte la beatitudine astratta del pensiero, dall’altra ciò che preme contro la finestra, indifferente alla geometria della ragione.

Servillo attraversa questa tensione con una precisione rigorosa, senza mai cercare il compiacimento della bella dizione. La sua lettura non è un semplice esercizio di stile, ma un lavoro di scavo continuo. La voce si fa materia pensante, capace di passare dal borbottio ermetico delle proposizioni spinoziane al vitalismo scurrile e terreno di Dobbe la Nera. Ogni cambio di registro incide lo spazio, restituendo la complessità di un personaggio che si difende dal mondo attraverso il pensiero, salvo poi esserne lentamente incrinato.

Toni Servillo in Spinoza di via del Mercato © Fermata Spettacolo
Toni Servillo in Spinoza di via del Mercato © Fermata Spettacolo

La soffitta rovente di Varsavia, rischiarata da una candela che attira insetti suicidi, diventa il centro simbolico della scena. Un luogo di isolamento volontario, quasi ascetico, da cui Fischelson osserva con disprezzo la via del Mercato sottostante, popolata di venditori ambulanti, prostitute, ladri, passioni vane. Eppure proprio da lì irrompe Dobbe, con la sua fisicità sfrontata, la sua lingua concreta, la sua cura elementare fatta di minestra e tè. Servillo restituisce questa irruzione senza sottolineature, lasciando che sia il testo a produrre attrito.

La narrazione prende corpo come un lento movimento di avvicinamento al mondo. La guerra imminente, i manifesti di mobilitazione, le processioni zariste, i negozi che chiudono attraversano il racconto come segnali periferici, mai urlati. Presagi di una storia più grande che incombe senza essere ancora nominata. In questo senso, la scelta del testo all’interno della rassegna Le parole di Hurbinek appare tutt’altro che ornamentale. La memoria non è evocata frontalmente, ma filtra attraverso la vita minuta di un uomo e la fragilità di una cultura sospesa sull’orlo del Novecento.

Il punto di svolta arriva nel finale, con una delicatezza quasi spiazzante. La notte di nozze risveglia in Fischelson un vigore dimenticato, e Servillo rallenta il ritmo, come se la voce stessa dovesse prendere fiato. All’alba, la via del Mercato appare improvvisamente silenziosa. Il cielo stellato, con le sue comete e nebulose in eterno fermento, ridimensiona tutto. Il matrimonio, la guerra, la stessa filosofia sembrano eventi quasi insignificanti di fronte alla sostanza divina, eterna e infinita.

È qui che il racconto trova la sua epifania. Fischelson, mani tremanti sul davanzale, aspira l’aria notturna e sussurra: “Perdonami, divino Spinoza, sono diventato uno sciocco”. Non una sconfitta della ragione, ma il suo compimento paradossale. La filosofia si rivela insufficiente proprio nel momento in cui incontra la vita.

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