
Il titolo del monologo Appunti per il futuro, diretto e interpretato da Elena Arvigo all’Out Off, avverte subito lo spettatore. Pur narrando eventi passati come la Seconda Guerra Mondiale e il disastro di Chernobyl, queste storie spingono lo sguardo verso il futuro. E invitano a temerlo.
In questi tempi, il discorso sulla guerra si normalizza sempre di più, diventando un’opzione politica accettabile. Quasi inosservate, si abbassano le barriere morali e legali un tempo solide: si legittima la violenza, si mettono in discussione i diritti internazionali e si assiste impotenti – o a volte complici – a conflitti locali che sfociano in catastrofi globali.
La pace non è più un valore supremo. Interventi umanitari di facciata o conquiste territoriali, giustificati da narrazioni di liberazione o sicurezza, rivelano intenti strategici ed economici tutt’altro che nobili. È la realpolitik ridotta a cinismo puro.
Prezioso, allora, il contributo teatrale di Elena Arvigo, che affronta il tema della guerra dal punto di vista delle donne. Niente eroismi o gesta gloriose, ma la quotidianità devastata, ridotta a sofferenza personale e collettiva. Alla quale ci si può opporre solo con l’amore.

Continuando il progetto iniziato oltre dieci anni fa, Le imperdonabili – donne testimoni scomode del loro tempo, Arvigo riflette – come lei stessa dice – sulla necessità, oggi più che mai, di porre la persona al centro, al di sopra dei meccanismi politici.
I testi del monologo provengono dai libri della Nobel 2015 Svetlana Aleksievič e da altre autrici, tra cui Marguerite Duras. Danno voce soprattutto alle donne, in linea con la scuola degli Annales: esplorano la vita quotidiana, il lavoro, la mentalità di persone comuni. È la storia con la esse minuscola, quella che i libri di storia in genere trascurano, quella di chi non comprende il senso della guerra ma la riconosce per ciò che è: una scelta disumana.
Storie di donne che provano pietà per il nemico ferito, senza distinzioni, di fronte al dolore; che, in condizioni estreme, credono ancora nella generosità, nell’altruismo, nella condivisione – come il pezzo di pane dato a un prigioniero – e nell’amore. I ricordi delle persone non fanno la Storia, ma ci aiutano a restare umani e a non dimenticare la nostra vera natura.
Pregevole, come sempre, la capacità di Arvigo di dare corpo ed emozioni alla parola scritta, creando un coinvolgimento emotivo e intellettuale profondo. Nella quasi “prova aperta” a cui ho assistito, spiccano la sobria scenografia – fiori, libri, un baule di ricordi – e le musiche evocative, tra cui la canzone zigana russa Lungo la strada e Le déserteur di Boris Vian.
Uno spettacolo da vedere, perché non ci si deve vergognare del pacifismo, della non violenza, della repulsione per la guerra. Mi tornano alla mente le parole di Goffredo Fofi: «Non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà fatta così non merita di durare. È una realtà provvisoria, insufficiente.».














