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Il custode, ovvero il guardiano della soglia

Mito, adolescenza e derive dell’adulto nell’Italia marginale di Ammaniti

Il custode
Il custode

Adolescenti, relitti, custodi loro malgrado, in fondo siamo sempre lì, Niccolò Ammaniti insiste con ostinazione su figure in bilico, sospese tra un prima che non è più recuperabile e un dopo che si presenta, fin dall’inizio, come una irrisolta e irrisolvibile promessa: così è anche per Il custode, con una tonalità forse più raccolta ma non meno inquieta, quasi che l’autore, giunto a una fase più consapevole della propria scrittura, lasci che siano le risonanze profonde – mitiche, morali, esistenziali – a emergere con lenta consapevolezza, senza mai imporsi in modo dichiarativo.

Ci troviamo così immediatamente in medias res sbalzati, in una Triscina del Sud che si sottrae deliberatamente a ogni immaginario turistico, fatta piuttosto di esclusi, di silenzi, di una natura che non consola ma osserva, una periferia che è insieme geografica e simbolica. Qui si va costruendo, la vicenda, attorno a una figura che, come spesso accade in Ammaniti, pur vivendo ai margini – geografici, sociali, emotivi – diventa tuttavia, per una serie di circostanze non del tutto governabili, il perno di una vicenda in cui la cura e la sorveglianza si trasformano progressivamente in ossessione, e l’isolamento si fa lente deformante attraverso cui osservare il reale.

E colpisce, occorre dire, fin dalle prime pagine, la capacità dell’Autore di costruire un ambiente che non è semplice sfondo ma organismo vivo, quasi un correlato oggettivo dello stato psichico del protagonista, con una natura che incombe, respira, talvolta protegge ma più spesso minaccia, in una continuità che richiama, pur senza mai dichiararlo apertamente, certe atmosfere di un realismo sporco venato di inquietudine, dove il quotidiano si incrina lasciando filtrare qualcosa di perturbante: una prosa fluida che però non rinuncia a improvvise increspature che possono sorprendere il lettore, soprattutto quando l’ironia – cifra distintiva di Ammaniti – affiora in modo obliquo, mai consolatorio, ma piuttosto come un controcanto che evidenzia, per contrasto, la durezza delle situazioni.

Ammaniti torna a interrogare uno dei suoi nuclei più persistenti – l’adolescenza come stagione di esposizione radicale – ma lo fa piegandolo, allora, verso una dimensione più cupa, quasi che il consueto racconto di formazione si rovesci in una contro-iniziazione, in cui il sapere acquisito non libera ma vincola, via via complicandosi senza illuminare; e qui si avverte, con una certa nettezza, l’eco di Io non ho paura, sebbene depurata di quella tensione quasi epica che caratterizzava il romanzo, sostituita ora da una lentezza più riflessiva, da una narrazione che preferisce sostare sorniona piuttosto che correre verso la rivelazione.

È tuttavia nel suo rapporto, per certi versi sorprendente e innovativo, con il Mito che Il custode rivela la sua caratteristica più interessante: la figura del guardiano smette ben presto il mero ruolo narrativo, si carica di una valenza archetipica ben riconoscibile, quella del guardiano della soglia, figura che attraversa culture e narrazioni, dal Cerbero che vigila sull’Ade al traghettatore Caronte, fino a certi personaggi kafkiani – e qui il pensiero corre inevitabilmente al custode della porta nella Legge – incaricati di presidiare un passaggio che, tuttavia, non controllano mai davvero fino in fondo.

In questo senso, Ammaniti sembra lavorare su una tensione sotterranea tra funzione e impotenza: il custode esiste per proteggere, ma la sua stessa esistenza implica la possibilità – o addirittura l’inevitabilità – della violazione. E compie un passo ulteriore, ancora, Ammaniti, innestando su questo impianto mitico una riflessione tutta contemporanea: il custode non è più garante di un ordine condiviso, ma individuo isolato, privo di un sistema di valori che ne legittimi davvero l’azione, costretto a inventare – o a subire – il proprio compito in un contesto che non offre coordinate stabili; ne deriva una tensione che attraversa l’intero romanzo, tra il desiderio di proteggere e il rischio di possedere, tra cura e violenza, come se la custodia stessa fosse una forma di appropriazione mascherata.

Tra i pregi più evidenti va sottolineata, allora, proprio questa capacità di tenere insieme livelli diversi — il racconto realistico della periferia, con le sue dinamiche sociali e le sue chiusure, e la dimensione simbolica, quasi mitopoietica, che trasfigura gli eventi senza mai staccarli del tutto dal loro radicamento concreto — così come la costruzione di un protagonista che, pur non sempre immediatamente empatico, si impone per la sua complessità, per quella sua oscillazione continua tra vulnerabilità e durezza.

Non mancano, tuttavia, alcune zone di minor tenuta: in particolare, la progressione narrativa può apparire, in certi passaggi, eccessivamente controllata, quasi che l’autore tema di abbandonarsi del tutto alle derive dei suoi personaggi, e finisca per ricondurre alcune svolte entro un disegno troppo riconoscibile; inoltre, la reiterazione di alcune situazioni contribuisce sì a costruire un senso di stasi e di isolamento, ma rischia talvolta di appesantire il ritmo, soprattutto nella parte centrale.

Eppure, anche in queste esitazioni, si coglie una scelta precisa: quella di privilegiare l’atmosfera rispetto alla pura efficacia dell’intreccio, accettando il rischio di una minore immediatezza in favore di una maggiore densità. In tal modo, con Il custode, una storia apparentemente circoscritta si allarga ad una riflessione più ampia sulla responsabilità, sull’ingresso – mai innocente – nell’età adulta e sulla persistenza, nel contemporaneo, di strutture mitiche che continuano ad agire sotto traccia, lasciando chi legge in una sorta di inquieta sospensione, là dove la domanda su cosa significhi davvero custodire – e a quale prezzo – resta aperta, irrisolta, e proprio per questo necessaria.

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