C’è un filo blu che lega la moda ai Caraibi. Ed è lo stesso filo che, sorprendentemente, conduce fino a un bicchiere di rhum. Durante l’ultima edizione di Pitti Uomo, Velier ha trasformato una masterclass in un viaggio attraverso la storia, la cultura e le tradizioni agricole delle Antille francesi e di Haiti, dimostrando come due materie prime – l’indaco e la canna da zucchero – abbiano contribuito a costruire l’identità di interi territori.
A guidare l’incontro sono stati Angelo Canessa, Spirits Specialist di Velier, e la stilista haitiana Kathiana Saincy, che hanno intrecciato due racconti apparentemente lontani, ma accomunati dalla stessa radice: la terra.
Per Kathiana Saincy la moda è prima di tutto un esercizio di memoria. Trasferitasi in Italia dopo il terremoto che ha devastato Haiti nel 2010, oggi vive e lavora a Milano, ma continua a portare nel proprio lavoro i colori, la natura e la cultura del suo Paese d’origine.
L’indaco, da cui si ricava il celebre pigmento blu naturale, rappresenta uno dei simboli di questa ricerca. Per secoli la sua coltivazione ha costituito una delle principali ricchezze delle Antille e di Haiti, influenzandone economia, artigianato e tradizioni tessili.

Durante la masterclass Saincy ha raccontato come ogni sua collezione nasca da un archivio personale di abiti e ricordi. “L’antico non è arretratezza”, ha spiegato, sottolineando come il recupero delle tecniche tradizionali rappresenti oggi una forma di sostenibilità autentica. I suoi capi, realizzati interamente in Italia e spesso su misura, nascono proprio dall’idea di non sprecare materiali, riportando al centro il valore del lavoro artigianale.
Se l’indaco è il colore della memoria, il rhum è il sapore del territorio.
Angelo Canessa ha accompagnato i partecipanti in un percorso di degustazione che ha mostrato quanto il concetto di terroir sia fondamentale anche nel mondo dei distillati. La canna da zucchero, infatti, è una pianta semiperenne il cui succo cambia profondamente in funzione del terreno, del clima e della varietà coltivata.

Ogni isola interpreta questa materia prima in modo diverso, proprio come avviene nel vino.
Il viaggio è iniziato con Rhum Rhum, il progetto nato dalla collaborazione tra Velier e il maestro distillatore Gianni Vittorio Capovilla nell’isola di Marie-Galante, in Guadalupa. Qui la canna viene lavorata con un alambicco discontinuo, lo stesso principio utilizzato per i grandi distillati di frutta, capace di concentrare gli aromi e preservare tutta la succosità della materia prima. Un rhum intenso, a 48 gradi, che racconta un’isola ancora lontana dal turismo di massa, dove il tempo sembra essersi fermato.
Prima della degustazione Canessa ha proposto anche un curioso esercizio sensoriale, invitando i presenti a riflettere sul significato stesso della distillazione: estrarre l’essenza di una materia e renderla, in qualche modo, immortale.

Con Neisson Godinot il viaggio si è spostato in Martinica, isola modellata dal vulcano della Montagne Pelée e da un paesaggio che cambia radicalmente tra il versante atlantico, più verde e umido, e quello caraibico, più secco e assolato.
Qui la distilleria lavora singole parcelle di canna da zucchero, dimostrando come anche pochi metri di distanza possano dare vita a profili aromatici differenti. Nel bicchiere emergono note di mango, agrumi e grande eleganza pur trattandosi di un rhum bianco.
Canessa ha ricordato anche uno degli episodi più drammatici della storia dell’isola: l’eruzione del 1902 che distrusse Saint-Pierre. Secondo la leggenda, l’unico sopravvissuto fu un detenuto rinchiuso in una cella sotterranea, destinato poi a diventare una celebrità nei circhi americani come “l’uomo sopravvissuto all’apocalisse”.

Il momento forse più intenso della masterclass è arrivato con il Clairin, il distillato identitario di Haiti.
Prodotto ancora oggi con metodi quasi immutati da due secoli, nasce da canne locali tagliate a mano, trasportate con animali da soma e lavorate immediatamente dopo la raccolta. Un approccio agricolo e artigianale che restituisce nel bicchiere aromi di straordinaria complessità.
In degustazione il Clairin Sajous e Providence Dunder & Syrup hanno raccontato un’altra Haiti, lontana dagli stereotipi.

Anche il tema del vodou è stato affrontato con grande rispetto, liberandolo dai luoghi comuni. In Haiti non rappresenta magia oscura, ma una religione profondamente connessa agli antenati, alla natura e alla storia dell’indipendenza del Paese. Il rhum stesso assume una dimensione spirituale: viene utilizzato nei rituali di purificazione e come simbolo di connessione con il mondo degli spiriti. Una tradizione che testimonia il profondo rapporto tra il distillato, la terra e la cultura haitiana.
Perfino le etichette dei Clairin distribuiti da Velier raccontano questa identità, riproducendo opere di artisti haitiani e richiamando l’universo creativo di Jacmel, città famosa per la sua arte, la cartapesta e il celebre Carnevale.

Il merito della masterclass è stato quello di dimostrare come alta moda e grandi distillati condividano gli stessi valori.
Entrambi nascono dalla selezione della materia prima, dal rispetto dei tempi della natura, dal sapere artigianale, con un principio comune: valorizzare il territorio senza snaturarlo. Una lezione perfettamente in sintonia con lo spirito di Pitti Uomo, dove il concetto di eccellenza non riguarda soltanto ciò che si indossa, ma anche ciò che racconta una cultura.

Dopo la masterclass il viaggio è proseguito al bancone con un guest shift firmato da Elis Carriero di Casa Azzoguidi e dal cocktail bar Binomio. Il protagonista assoluto è stato il Daiquiri, reinterpretato attraverso quattro ricette accomunate dalla stessa struttura, ma capaci di cambiare completamente personalità grazie al rhum utilizzato.
Dal Dai-Co-Cumber con Clairin Sajous al Gold-Quiri con Neisson Ti Tak Bwa, fino al Saba Daiquiri con Providence Dunder & Syrup e al Pelée Doble con Depaz Cuvée de la Montagne, ogni cocktail ha confermato quanto il distillato sia l’elemento che definisce davvero il carattere del drink.

Una chiusura perfetta per una giornata che ha dimostrato come dietro ogni grande rhum ci sia molto più di una tecnica produttiva: ci sono paesaggi, persone, memoria e identità. E, proprio come accade nella moda, è questa storia a fare la differenza.



