Dante Ferretti, quando il cinema nasce da un quadro

In mostra a Roma fino al 19 luglio le opere del grande scenografo più volte premio Oscar

Foto ritratto Dante Ferretti ph Carlo Bellincampi
Foto ritratto Dante Ferretti ph Carlo Bellincampi

C’è un momento, prima che la cinepresa inizi a girare, in cui il cinema assomiglia sorprendentemente alla pittura. Non ci sono attori, non ci sono movimenti di macchina, non c’è ancora il montaggio. Ci sono invece una superficie bianca, qualche tratto di carboncino e colore, un’ombra, una prospettiva, una luce immaginata. È lì che prende forma, come in un fermo immagine, il mondo che poi vedremo sullo schermo.

La mostra Dante Ferretti, con i miei occhi. I segreti del maestro della scenografia, allestita ai Musei di San Salvatore in Lauro di Roma fino al 19 luglio, parte proprio da questa intuizione: il cinema, prima di essere cinema, è visione. E spesso quella visione ha la forma iniziale di un quadro, di un disegno, di un dipinto.

Tre volte premio Oscar, collaboratore di registi come Pasolini, Fellini, Terry Gilliam e Martin Scorsese (ma la lista è inevitabilmente parziale), Dante Ferretti è uno di quegli artisti che hanno contribuito a costruire l’immaginario del cinema contemporaneo. Basta scorrere i titoli dei film a cui ha lavorato per rendersi conto di quanto il suo sguardo abbia influenzato generazioni di spettatori: da Il nome della rosa a Gangs of New York, da The Aviator a Hugo Cabret, passando per diversi capolavori pasoliniani e felliniani.

Dante Ferretti, con i miei occhi_installation view_Museo di San Salvatore in Lauro2026 ph.Valentina Sensi via Ufficio Stampa HF4

La mostra romana, curata da Raffaele Curi e organizzata da Il Cigno Arte in collaborazione con Vertigo Syndrome, raccoglie oltre quaranta opere tra bozzetti, studi preparatori, dipinti e materiali originali, permettendo di osservare da vicino il momento esatto in cui un film comincia a prendere forma.

La scoperta più interessante è forse proprio questa: i bozzetti non appaiono come semplici strumenti di lavoro, ma come opere autonome. Guardandoli si percepisce chiaramente quanto Ferretti abbia imparato a leggere il cinema attraverso la storia dell’arte (che è stata infatti alla base del suo percorso formativo). Nei suoi lavori affiorano echi di Piero della Francesca, del Caravaggio, di Bosch, della pittura fiamminga e del Rinascimento italiano.
La profondità di campo, il gioco delle luci, la costruzione delle architetture e persino la tensione narrativa nascono nel quadro prima ancora che sul set.

Il percorso attraversa oltre sessant’anni di carriera e permette di ritrovare, in “versione statica”, alcune delle scene che hanno segnato la storia del cinema.

The Dressmaker per Cindarella Foto via IL CIGNO
The Dressmaker per Cindarella Foto via IL CIGNO

Tra gli oggetti esposti, anche una delle celebri buste originali degli Academy Awards che assegna a Ferretti e alla moglie-collega Francesca Lo Schiavo l’Oscar per Hugo Cabret, del 2011. Un piccolo oggetto di carta che racchiude in sé decenni di lavoro dietro le quinte e rappresenta tutto il prestigio di tre premi Oscar conquistati per The Aviator, Sweeney Todd e appunto Hugo Cabret. Senza dimenticare i quattro Bafta Awards, i cinque David di Donatello, i quattordici Nastri d’Argento e numerosi altri riconoscimenti.

Ma la mostra non vive soltanto nelle sale espositive. Nel corso di alcuni incontri dal vivo organizzati parallelamente all’esposizione, Ferretti ha regalato al pubblico una serie di racconti biografici e professionali, oltre a un affascinante repertorio di aneddoti, spesso divertenti e sempre illuminanti.

Uno dei più gustosi riguarda Federico Fellini. Il regista, racconta Ferretti, era solito chiedergli cosa avesse sognato durante la notte. E quei racconti onirici di Ferretti – a volte, per sua stessa ammissione, inventati lì per lì per soddisfare l’insaziabile curiosità di Fellini – finivano talvolta sul grande schermo. Come accadde, per esempio, con alcune figure femminili nelle scene di mercato de La città delle donne. A dimostrazione di quanto, nel cinema felliniano, il confine tra realtà, sogno e invenzione fosse estremamente sottile.

Trading Outpost - Reverse per Seventh Son Foto via IL CIGNO
Sea Side City – Trading Outpost – Reverse per Seventh Son Foto via IL CIGNO

Non meno gustoso l’episodio che riguarda il Medea di Pasolini. Ferretti era stato chiamato d’urgenza sul set in Cappadocia quando mancavano solo quattro ore all’inizio delle riprese. Il suo primo compito era tutt’altro che semplice: trasformare un carretto malandato in un sontuoso carro destinato a ospitare Maria Callas. Una corsa contro il tempo, che oggi sembra essa stessa la scena di un film, ma che nel 1969 rappresentava quasi la normalità in un cinema non ancora invaso dal digitale.

E poi c’è il racconto dell’Oscar per The Aviator, assegnato nel 2005. Ferretti e la moglie erano arrivati alla serata senza troppe aspettative, tanto da non aver preparato alcun discorso. Quando il loro nome venne annunciato, la prima reazione fu di autentico smarrimento. “Dopo tante volte che ci eravamo preparati il discorso e poi non avevamo vinto niente… proprio quella volta! E mo’ che c… diciamo?”, ha raccontato sorridendo al pubblico.

Altri fatti curiosi si possono ascoltare nei diversi video trasmessi in loop negli spazi della mostra. Episodi che restituiscono la dimensione più umana di un artista spesso associato alla monumentalità delle sue scenografie. E forse è proprio questo uno dei meriti maggiori della mostra: ricordare che dietro città immaginarie, palazzi rinascimentali, teatri fantastici e quartieri ricostruiti nei minimi dettagli c’è sempre stato innanzitutto uno sguardo. Quello di un uomo che ha saputo trasformare l’immaginazione in disegno, e ogni disegno in un mondo.

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