
Jackie, un insolito “biopic” di un personaggio storico e che ha segnato un pezzo di storia, incentrato sui tre giorni successivi al suo assassinio e raccontato dalla prospettiva femminile della moglie. Stiamo parlando di John Fitzgerald Kennedy e di sua moglie Jacqueline.
All’indomani dell’omicidio, un giornalista va a trovare l’ex-first lady per un’intervista destinata a fare il giro del mondo. Lei racconterĂ , con toni quasi sempre pacati, a volte piĂą drammatici, quando accaduto prima e nel giorno fatidico. Senza alcuna rigiditĂ dal punto di vista cronologico, il racconto di Jackie è emozionale, segue il ritmo dei suoi sentimenti, dei suoi ricordi. Lei parla per sensazioni, rievoca insieme a noi un passato recente ma doloroso, che le ha cambiato la vita. Quella che condivide con noi piĂą che una storia è qualcosa che avverte come una tragedia, per lei, per i suoi figli, per il popolo.
La Portman è bravissima in questo ruolo, tutto ruota intorno a lei che lo affronta con maestria sulla scena e nelle vesti di Jackie. La vediamo spesso in primo piano, tra l’altro in tutta la sua bellezza, e ci mostra un personaggio fragile, ma dolce e risoluto sul da farsi.

E’ poliedrica Jackie, si da fare su piĂą fronti, privato ed istituzionale, ma è anche una donna molto sola, moglie e madre di famiglia, che fino a qualche giorno prima doveva occuparsi di rendere la Casa Bianca all’altezza della Storia, mentre ora la sua esistenza rischia di rimanere miseramente senza alcuno scopo.
E poi vive un grande conflitto: non ha tempo per rielaborare il lutto in quanto non c’è modo di rinviare l’appuntamento con la Storia, che preme affinchĂ© lei si comporti come ci si aspetti da colei che, a partire dal primo giorno del mandato del marito, non apparteneva piĂą a sĂ© stessa, bensì al popolo americano.
Buona le regia di Larrain, la pellicola conferma la sua inclinazione a rileggere e trasporre la Storia. E questa è una narrazione di una storia nella Storia. E’ una verità parziale perché vista da una sola attrice.
Non è chiaro lo scopo del film: da un lato emerge il ritratto di Jacqueline e la volontà di rispolverare la memoria di Kennedy attraverso i suoi occhi, dall’altro si perde il filo, il racconto è un po’ troppo emozionale e perde il rigore che ne sancirebbe la validità da un punto di vista della ricostruzione storica.
Non è certamente un biopic tradizionale, Larrain scardina molte regole del genere per investigare ciò che più gli sta a cuore. In questo caso si tratta della costruzione di un mito, quello di J. F. Kennedy e di sua moglie. Lo vediamo appunto nei salti temporali del montaggio, nella narrazione non lineare.
E cosa ci rimane? Il mito di un’età dell’oro perduta, l’immagine di una donna cui non è rimasto più nulla dopo essere stata in cima al mondo. “Non ho mai desiderato la fama, sono solo diventata una Kennedy”.














