
Prima le promesse, poi la prevaricazione. Il presidente Ubu entra in scena con una postura mussoliniana e un’aria da intrattenitore berlusconiano. Prende il microfono, distribuisce sogni con la sicurezza di chi non contempla obiezioni. Per imporsi, prima ancora della violenza, gli basta conquistare l’attenzione. Il potere ha bisogno di esibirsi, e il suo volto grottesco è immediatamente riconoscibile.
Liberamente ispirato a Ubu Cocu di Alfred Jarry, nella traduzione e nell’adattamento di Francesca Garolla, Baraonda concentra il proprio universo in una grande teca di vetro, il laboratorio dello scienziato Achras. Sul tavolo, una seconda teca custodisce le creature delle sue ricerche. Una scatola dentro l’altra, una gerarchia di esseri osservati e tenuti sotto controllo. Achras studia le proprie cavie, ma è lui stesso prigioniero di uno spazio dal quale non può sottrarsi.
Sulla sinistra della scena, un sintetizzatore permette a Ubu di dirigere i movimenti dello scienziato come un puparo. Un suono, una reazione; un impulso, un gesto. Achras risponde a distanza, dentro una partitura che non gli appartiene. La relazione ha qualcosa di beckettiano e trova nella scena di Luca Giombi uno dei momenti più riusciti: il dominio prende forma nel ritmo dei corpi, nella distanza fra chi impartisce gli ordini e chi è costretto a eseguirli.

Quando Ubu entra nel laboratorio, la sopraffazione diventa fisica. Achras lo accoglie con l’entusiasmo di chi spera di vedere riconosciuto il proprio lavoro, ma finisce a rincorrere gli oggetti che il presidente gli lancia, come un cane che riporta la palla al padrone. L’umiliazione precede la violenza: Ubu lo strozza e divora le creature del laboratorio. Dopo un grande buio, ricompare con le mani insanguinate, ancora intento a masticare.
Achras sopravvive e raggiunge il sintetizzatore. Gli squittii dei topi, di cui Ubu ha terrore, bastano a rovesciare i rapporti di forza. Ora è il presidente a obbedire, ridotto a un corpo impaurito e comandato a distanza. Il professore ne prende anche il posto al microfono per celebrare sé stesso e il proprio sogno. Le parole richiamano il comizio iniziale, e proprio qui il rovesciamento mostra il suo lato più amaro: è cambiato il padrone, non il potere.
Una volta chiarito il meccanismo, però, lo spettacolo fatica a spingersi oltre. Alcune ripetizioni smorzano l’efficacia di un’intuizione che arriva presto allo spettatore. Baraonda convince soprattutto quando affida il discorso alla teca, ai suoni e alla fisicità degli interpreti; perde mordente quando torna a sottolineare ciò che la scena ha già mostrato. Anche il duello conclusivo, con i due che si sparano a vicenda in una sequenza dal sapore tarantiniano, chiude il gioco al massacro senza riservare grandi sorprese.
A sostenere la visione sono Evelina Rosselli e Caterina Rossi, interpreti e autrici della drammaturgia e della regia come Gruppo Uror. Le due costruiscono personaggi maschili vecchi, goffi e sgradevoli, restituendone la vanità, gli impacci e gli scatti di violenza. Le maschere realistiche di Crea Fx Effetti Speciali aderiscono ai volti con una naturalezza sorprendente. È soprattutto nella precisione fisica della recitazione che si misura la qualità del loro lavoro: postura, gesti e movimenti danno ai personaggi una consistenza autonoma, fino a rendere quasi impercettibile il confine tra interprete e figura.
Il potere cambia volto, si traveste, si reinventa. La vittima può diventare carnefice, il dominato prendere il posto di chi lo opprime. Fuori dal laboratorio, la baraonda continua fra immagini, notizie, meme e promesse. E noi restiamo a guardare, convinti di essere al di qua del vetro.














