C’è qualcosa di sottilmente provocatorio già nel titolo: Un couteau dans le dos du théâtre – una pugnalata alla schiena del teatro. Non una critica frontale, non un manifesto, ma un gesto obliquo, quasi affettuoso nella sua violenza. Boréel e Mornay non vogliono uccidere il teatro; vogliono capire cosa rimane di lui quando si tolgono, uno ad uno, tutti gli elementi che lo definiscono.
Non poteva esserci cornice più adatta della Tenuta dello Scompiglio di Vorno. Qui l’installazione e la performance del Collectif Impatience – collettivo parigino fondato nel 2009, che pone al centro di ogni creazione la ricerca sul rapporto con l’individuo-spettatore – trovano una risonanza naturale, quasi necessaria. Lo Scompiglio è uno di quei luoghi che continuano a sorprendere, capaci di tenere in tensione arti performative e musica in uno spazio che è già di per sé una proposta estetica.

Nell’installazione che apre la giornata, il visitatore attraversa 57 slide fra enunciati tratti da performance storiche e citazioni, insieme agli oggetti che potrebbero consentirne l’attuazione. La scrittura, più che raccontare un’azione, la sospinge in avanti, la evoca, la trattiene in uno stato di imminenza. Gli oggetti che la accompagnano acquistano una densità particolare, come residui materiali di un gesto ancora possibile. Resta sospesa, sull’intera esperienza, una domanda che non si risolve ma si sedimenta: fino a che punto leggere è già fare?
Se l’installazione semina le domande, Lumen Texte le porta sul palcoscenico. Una performance distinta, autonoma, eppure inevitabilmente complementare: stesso collettivo, stessa ossessione, radicalizzata. Nessun attore, nessuna colonna sonora: solo testo proiettato che si rivolge direttamente al pubblico. Boréel e Mornay portano sulla scena ciò che Barthes aveva teorizzato sulla pagina: la sparizione di chi scrive come condizione necessaria affinché chi legge possa davvero esistere. Gli spettatori, seduti fianco a fianco nel silenzio, scoprono di essere diventati l’unica materia viva dello spettacolo.
Il software sviluppato da Sébastien Rouiller permette al testo di reagire in tempo reale a ciò che accade in sala. Ogni replica è irripetibile, ogni pubblico co-autore di uno spettacolo che non esiste senza di lui. Il dispositivo è al tempo stesso arcaico e futuristico: uno schermo, del testo, una sala. Eppure basta.
Sono le domande (miriadi, incalzanti) a scuotere lo spettatore nel buio della sala, illuminata solo dal chiarore dello schermo che restituisce il testo. Parole che rimbalzano nella mente e si traducono in voce: la nostra voce interiore, o forse un’altra voce, quella che associamo al personaggio invisibile in scena. Uno spettacolo che si costruisce interamente nella testa di chi guarda. Una provocazione? Forse anche una critica obliqua a una società che trascorre ore sempre più lunghe davanti a uno schermo, che interroga algoritmi come nuovi oracoli, delegando il pensiero, e che spesso, anche in compagnia, si assenta, già altrove. Lumen Texte abita questa contraddizione senza risolverla, e in questo risiede la sua sottigliezza.
Il rischio dell’operazione era l’algidezza concettuale, il ripiegamento autoreferenziale di certa ricerca performativa francese. Boréel e Mornay lo evitano con una malizia che è anche grazia: Lumen Texte racconta storie, fa persino degli scherzi. Sa, al momento giusto, farsi leggero.
A chiudere la serata, una conversazione con il pubblico condotta da Luca Greco, docente di sociolinguistica: domande sulla collocazione di Lumen Texte, sulle parole rimaste più impresse, e persino sull’ipotetico figlio nato dall’unione fra lo spettatore e il testo. Un esperimento sociolinguistico o una coda drammaturgica? Difficile dirlo. E forse è proprio questa la risposta.