Foresto, in veronese, significa straniero. Straniero come chi arriva da altrove. Ma anche come chi non appartiene a una lingua. Straniero come chi non può ascoltare o parlare. Come chi abita un’altra grammatica del mondo, quella della Lingua dei Segni Italiana.
Da questa condizione di scarto prende forma Foresto, lavoro di Babilonia Teatri tratto da La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès. Un testo-totem del teatro contemporaneo: un monologo notturno, febbrile, in cui un uomo riversa parole su uno sconosciuto incontrato per strada. Una lingua irregolare, marginale, abitata da solitudine e bisogno disperato di incontro.
Babilonia Teatri sceglie una torsione radicale: far passare quel flusso verbale attraverso il dialetto veronese. La lingua di scena diventa ruvida, sporca, istintiva. All’inizio suona quasi come una lingua straniera. Proprio in quella ruvidezza il testo trova una consonanza inattesa con l’orrore urbano immaginato da Koltès. Le parole vengono masticate, sputate, restituite con una violenza sonora che appartiene alla strada.

In scena Enrico Castellani percorre il testo come in una corsa affannata, una discesa nei sotterranei del mondo koltesiano. Accanto a lui, Daniel Bongioanni trasforma la LIS in controcanto visivo della parola. I segni diventano eco del racconto, un movimento continuo che sfiora la danza. Due voci per un monologo. Una parlata, una segnata. Si inseguono, si rifrangono, si moltiplicano.
Su tutto pulsa la musica elettronica live di Giovanni Frison. Più che accompagnare, agisce come un battito cardiaco che sostiene la narrazione e ne accelera il respiro. Il ritmo è aggressivo, ipnotico. La tensione rimane compatta dall’inizio alla fine.
Sui sovratitoli compare una frase: la Lingua dei Segni Italiana è stata riconosciuta ufficialmente in Italia solo il 19 maggio 2021. Un ritardo che pesa. E che illumina il senso più profondo dello spettacolo: la lingua come luogo di appartenenza, ma anche come confine.
Foresto si muove proprio su quel margine. Dialetto, lingua parlata, segni, musica: codici diversi che convivono senza fondersi completamente. È da quella frizione che nasce la forza della scena.
Alla fine rimangono il fiato corto, il ritmo della musica e i segni che attraversano lo spazio. Come se la lingua cercasse ancora qualcuno a cui arrivare. Qualcuno che, nella notte, possa finalmente rispondere.