
Il Teatro della Pergola è pieno in ogni ordine di posti. Il teatro tradizionale giapponese è tornato a Firenze e, come già dieci anni fa (leggi la recensione), la sua presenza assume quasi la forma di un appuntamento rituale: una sola sera, una tradizione secolare che riemerge per poi tornare al proprio lontano silenzio.
Prima ancora di immergerci nel Giappone, nel foyer del Saloncino c’è Giuliano Scabia. Artigiano del profondo, una piccola ma preziosa mostra dedicata, a cinque anni dalla scomparsa, alle figure e agli oggetti scenici del Teatro Vagante. Un allestimento curato, che merita la visita e introduce un’altra idea di teatro, fatta di figure, oggetti e immaginazione.

Poi inizia Fukuro Yamabushi, farsa Kyōgen che mette in scena uno Yamabushi, monaco eremita dalle presunte capacità magiche, chiamato a liberare un giovane posseduto da uno spirito maligno. Il rituale prende una piega inattesa e il guaritore finisce a sua volta sotto l’influenza dello spirito di un gufo. È un Kyōgen spassoso, dove la comicità nasce soprattutto dal corpo. Il gesto, preciso e codificato, si deforma poco a poco, fino a trasformare la solennità del monaco in quella di una buffa creatura che si muove e bubola come l’animale di cui è diventato preda. Una comicità insieme semplice e raffinatissima, che conquista rapidamente la sala.
Con Funa-Benkei il tono cambia radicalmente. Yoshitsune è in fuga con Shizuka e il fedele Benkei; prima della partenza la donna danza per l’amato, poi la barca prende il largo e una tempesta porta con sé il fantasma vendicativo di Taira no Tomomori.
Ogni passo, ogni inclinazione del corpo, ogni rotazione del capo sembra appartenere a un codice custodito nei secoli. La precisione degli interpreti è vertiginosa e la maschera rende ancora più importante il corpo dell’attore, chiamato a raccontare attraverso minime variazioni di postura, ritmo e movimento.

La danza di Shizuka è uno dei momenti più alti della serata. Kazufusa Hōshō, Gran Maestro della scuola che porta il nome della sua famiglia da venti generazioni, interpreta nella prima parte il ruolo femminile e nella seconda quello del fantasma di Tomomori. Due presenze opposte affidate allo stesso corpo, con due maschere e abiti diversi: la grazia composta della donna e la furia spettrale del guerriero che impugna l’alabarda e affronta Benkei. È sorprendente vedere come un simile mutamento possa compiersi attraverso così pochi elementi, affidandosi quasi interamente al gesto.
Il giovane Tomoharu Hōshō, figlio di Kazufusa, interpreta Yoshitsune al suo debutto italiano. Vederli insieme sulla scena aggiunge alla serata un’immagine concreta della trasmissione di questa tradizione, che da secoli passa di padre in figlio.
E poi i costumi. Magnifici, sontuosi, con quella precisione quasi geometrica che sembra non concedere una piega fuori posto. Persino la stiratura è impeccabile, tanto da far nascere una domanda molto concreta davanti a tanta perfezione: come saranno arrivati fin qui?

La musica ha un ruolo altrettanto decisivo. I piccoli tamburi (ko-tsuzumi e o-tsuzumi), il flauto traverso di bamboo (nohkan) e il coro costruiscono il ritmo della rappresentazione, con i tamburi e le voci che conservano qualcosa di arcaico e il nohkan capace di aprire una dimensione quasi sospesa. Anche la lingua contribuisce a creare distanza: il giapponese arcaico del Nō, difficilmente comprensibile persino per uno spettatore giapponese contemporaneo, possiede una musicalità che arriva prima del significato.
In entrambe le opere compaiono figure provenienti da un altro mondo: lo spirito del gufo nel Kyōgen, il fantasma di Tomomori nel Nō. Il soprannaturale entra in scena senza effetti spettacolari, come una presenza naturale. È uno degli aspetti più affascinanti per uno spettatore occidentale: per un’ora e mezza il Nō impone un’altra misura del tempo. Ed è forse questa la sua forma più radicale di contemporaneità.













