È Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson il grande vincitore della 98ª edizione degli Academy Awards: sei Oscar, tra cui miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale, miglior attore non protagonista, miglior montaggio e il nuovissimo premio per il casting.
Il film – un affresco politico sulla violenza strutturale dell’Occidente, come se la storia fosse davvero una sequenza infinita di conflitti, “una battaglia dopo l’altra” – conferma Anderson tra i pochi autori capaci di trasformare il cinema d’autore in evento industriale, tenendo insieme ambizione formale e leggibilità pop.
La sua vittoria su Sinners, favorito della vigilia dopo una stagione di premi trionfale, ha il sapore di un sorpasso in volata. In sala la sensazione era quella di una platea divisa tra due film quasi speculari: prodotti dallo stesso studio, ma pensati come poli opposti di uno stesso discorso sul potere.
Sinners: record di nomination, quattro Oscar e un’ombra lunga

Sinners di Ryan Coogler arrivava alla serata con un primato già storico: 16 nomination, il numero più alto mai ottenuto da un singolo film agli Oscar.
Ne esce con quattro statuette pesanti: miglior attore protagonista a Michael B. Jordan, miglior sceneggiatura originale allo stesso Coogler, miglior fotografia per Autumn Durald Arkapaw e miglior colonna sonora per Ludwig Göransson.
Il vampirismo afroamericano del film, Mississippi anni Trenta, blues, razzismo istituzionale, diventa una grande allegoria del consumo culturale: corpi neri condannati insieme a succhiare e a essere succhiati dal sistema. Un cinema di genere che resta apertamente politico, confermando Coogler come uno dei registi mainstream più interessanti della sua generazione.
I volti della recitazione
Sul fronte delle interpretazioni, la serata ha avuto una chiarezza quasi programmatica.
Michael B. Jordan conquista il suo primo Oscar per il doppio ruolo dei gemelli Smoke e Stack in Sinners: due incarnazioni speculari della dannazione, in una prova che trasforma il corpo in archivio di traumi e desideri irrisolti.
Jessie Buckley, miglior attrice protagonista per Hamnet, porta sul palco un femminile elisabettiano che rifiuta la funzione di semplice figura romantica. Il suo volto, continuamente attraversato dal dubbio, trasforma il film in una meditazione sulla maternità e sulla perdita, una riscrittura intima del canone shakespeariano.
Sean Penn vince come miglior non protagonista per il suo colonnello razzista in Una battaglia dopo l’altra, mentre Amy Madigan conquista – quarant’anni dopo la sua prima nomination – l’Oscar come miglior attrice non protagonista per Weapons, strega crudele di un horror che gioca con l’immaginario americano come con un vecchio giocattolo rotto.
Frankenstein e l’invasione del K-pop
Se Una battaglia dopo l’altra domina la serata e Sinners ne occupa il centro politico, è Frankenstein di Guillermo del Toro a imporsi come grande architettura visiva della notte.
Tre Oscar: scenografia, costumi e trucco.
Il film celebra il corpo del mostro, e quello stesso del set, come un organismo vivente. Abiti, pareti e protesi raccontano una storia di esclusione e metamorfosi, come se il cinema tornasse letteralmente a cucire e scucire la carne del mito.
Sul fronte dell’animazione, KPop Demon Hunters firma una doppietta storica: miglior film animato e miglior canzone originale con Golden, primo brano K-pop a vincere un Oscar. L’esibizione in sala trasforma il Dolby Theatre in una piccola arena pop, con braccialetti LED che pulsano all’unisono.
Prime volte e nuove categorie
Questa edizione entra nei libri di storia anche per alcune “prime volte”.
Autumn Durald Arkapaw diventa la prima donna a vincere l’Oscar per la fotografia, accolta da una standing ovation e da un discorso rivolto “alle bambine che mi somigliano e che stanotte dormiranno meglio”.
Debutta inoltre il premio per il miglior casting, prima nuova categoria da venticinque anni, assegnato a Cassandra Kulukundis per Una battaglia dopo l’altra.
E nella categoria cortometraggio live action arriva uno degli episodi più rari della storia degli Oscar: l’ex aequo tra The Singers e Two People Exchanging Saliva, settimo pareggio di sempre.
Conan O’Brien e una Hollywood che sa ridere di sé
Conan O’Brien torna a condurre e si conferma uno dei presentatori più efficaci degli ultimi anni.
Il suo monologo iniziale scherza sull’odio social verso opera e balletto e sulle paranoie securitarie della serata, mentre l’orchestra, vestita di bianco, minaccia ironicamente chiunque sfori i tempi.
Il tono generale è quello di una Hollywood che prova a ridere di se stessa: dagli snack lasciati sotto le poltrone (“moderately happy meal”) fino alla comparsata di Grogu, il “Baby Yoda” di The Mandalorian and Grogu, incapace di applaudire a comando e subito trasformato in gag televisiva.
Politica e memoria
Come spesso accade, i momenti più apertamente politici arrivano dal documentario.
Mr. Nobody Against Putin, miglior documentario, usa il palco per parlare di propaganda e oligarchi dei media, trasformando il discorso di ringraziamento in un monito sulla facilità con cui si può “perdere un Paese”.
Ancora più toccante l’intervento legato al corto documentario All the Empty Rooms: sul palco sale Gloria Cazares, madre di una bambina uccisa nella strage di Uvalde, che ricorda la stanza della figlia rimasta sospesa nel tempo e la violenza armata diventata negli Stati Uniti la prima causa di morte tra bambini e adolescenti.
La cerimonia si è fermata anche per il momento più sospeso della serata, l’In Memoriam dedicato agli artisti scomparsi nell’ultimo anno. Billy Crystal ha introdotto il tributo a Rob Reiner, mentre Barbra Streisand è tornata sul palco per rendere omaggio a Robert Redford. Nel montaggio sono apparsi anche molti altri volti che hanno segnato la storia del cinema, da Val Kilmer a Robert Duvall, insieme a compositori, sceneggiatori e tecnici che hanno contribuito a costruire la memoria dell’industria cinematografica.
Il bilancio di una notte
Alla fine, l’immagine che resta di questi Oscar è quella di un’industria in trasformazione.
Un’epopea politica alla Anderson, un horror vampirico nero e militante, un Frankenstein gotico costruito sui mestieri del set e un’animazione K-pop capace di invadere il tempio hollywoodiano con luci da arena pop.
Per qualche ora Hollywood è riuscita a fare ciò che le riesce meglio: ridere di sé, parlare del mondo e celebrare il cinema come corpo vivo, continuamente riscritto. Una battaglia dopo l’altra.
I vincitori, categoria per categoria
Di seguito l’elenco completo dei vincitori delle principali categorie.
- Miglior film: Una battaglia dopo l’altra.
- Miglior regia: Paul Thomas Anderson – Una battaglia dopo l’altra.
- Miglior attore protagonista: Michael B. Jordan – Sinners.
- Miglior attrice protagonista: Jessie Buckley – Hamnet.
- Miglior attore non protagonista: Sean Penn – Una battaglia dopo l’altra.
- Miglior attrice non protagonista: Amy Madigan – Weapons.
- Miglior sceneggiatura originale: Ryan Coogler – Sinners.
- Miglior sceneggiatura non originale: Paul Thomas Anderson – Una battaglia dopo l’altra.
- Miglior film internazionale: Sentimental Value (Norvegia).
- Miglior film d’animazione: KPop Demon Hunters.
- Miglior cortometraggio d’animazione: The Girl Who Cried Pearls.
- Miglior cortometraggio live action: The Singers e Two People Exchanging Saliva (ex aequo).
- Miglior documentario: Mr. Nobody Against Putin.
- Miglior cortometraggio documentario: All the Empty Rooms.
- Miglior fotografia: Autumn Durald Arkapaw – Sinners.
- Miglior montaggio: Andy Jurgensen – Una battaglia dopo l’altra.
- Miglior scenografia (production design): Tamara Deverell, Shane Vieau – Frankenstein.
- Miglior costumi: Kate Hawley – Frankenstein.
- Miglior trucco e acconciatura: Frankenstein.
- Miglior sonoro: F1.
- Migliori effetti visivi: Avatar: Fire and Ash.
- Miglior colonna sonora originale: Ludwig Göransson – Sinners.
- Miglior canzone originale: Golden da KPop Demon Hunters.
- Miglior casting: Cassandra Kulukundis – Una battaglia dopo l’altra.