Il trionfo degli affetti: il giallo sul Nilo del Giulio Cesare

Ultimo appuntamento operistico all’insegna di Händel per il Festival del Maggio Musicale Fiorentino sotto l’illuminata direzione di Capuano e la divertente regia di Livermore

Giulio Cesare in Egitto ph Michele Monasta
Giulio Cesare in Egitto ph Michele Monasta

A oltre tre secoli dalla prima londinese del 1724, Giulio Cesare in Egitto continua a rappresentare uno dei vertici del teatro musicale europeo. Non soltanto il capolavoro dell’opera seria händeliana, ma il momento in cui il compositore tedesco, ormai perfettamente assimilato alla cultura italiana e destinato a conquistare Londra, porta alle estreme conseguenze quella che gli studiosi hanno definito la “drammaturgia degli affetti”: un teatro nel quale l’azione procede attraverso la trasformazione psicologica dei personaggi prima ancora che attraverso gli eventi.

Non stupisce quindi che il Maggio Musicale Fiorentino abbia scelto quest’opera per il suo ottantottesimo Festival. Sorprende semmai che Firenze, città che accolse Händel appena ventunenne nel suo primo viaggio italiano e vide nascere il Rodrigo, non avesse mai ospitato Giulio Cesare. L’ultima replica conferma la bontà di una produzione capace di coniugare rigore musicale e autentico senso dello spettacolo, dimostrando ancora una volta come il teatro barocco, quando viene restituito con intelligenza, sappia parlare al pubblico contemporaneo con una vitalità sorprendente.

Giulio Cesare in Egitto ph Michele Monasta
Giulio Cesare in Egitto ph Michele Monasta

Il cuore della serata è senza dubbio la concertazione di Gianluca Capuano. La sua lettura restituisce Händel nella sua piena dimensione teatrale. Capuano costruisce una tavolozza orchestrale ricchissima, nella quale ogni aria trova un colore specifico secondo quella teoria degli affetti che costituisce l’ossatura dell’opera.

È soprattutto il continuo a diventare protagonista del discorso musicale. Variato, fantasioso, ricco di sfumature timbriche, accompagna i recitativi trasformandoli in autentiche scene teatrali, evitando quella frattura tra recitativo e aria che spesso appesantisce l’opera seria. L’Orchestra del Maggio risponde con una duttilità ammirevole, assimilando un linguaggio stilistico lontano dal proprio repertorio abituale. I fiati dialogano con eleganza con le voci, mentre gli strumenti obbligati, memorabile il violino solista in Se in fiorito ameno prato, acquistano una funzione drammaturgica oltre che concertante.

Ne emerge un Händel di straordinaria modernità, nel quale la ripetizione del da capo non appare mai formula convenzionale, ma occasione per approfondire psicologicamente il personaggio attraverso variazioni, ornamentazioni e colori sempre nuovi.

Giulio Cesare in Egitto ph Michele Monasta
Giulio Cesare in Egitto ph Michele Monasta

La regia di Davide Livermore, ripresa dall’allestimento dell’Opéra di Monte-Carlo, affronta invece la questione più delicata: come evitare che un’opera costruita su una successione di arie possa apparire statica allo spettatore contemporaneo.

La soluzione è nota, ma qui funziona con sorprendente naturalezza. L’antico Egitto diventa quello immaginato dalla letteratura d’avventura degli anni Trenta, tra piroscafi di lusso, eleganza déco e atmosfere che richiamano inevitabilmente Assassinio sul Nilo. È un gioco dichiaratamente metateatrale che trasforma l’opera in una raffinata commedia investigativa, dove intrighi politici, seduzioni e travestimenti trovano una perfetta corrispondenza nell’universo di Agatha Christie.

Le scene di Giò Forma, i costumi raffinatissimi di Mariana Fracasso e i video di D-Wok costruiscono un ambiente visivamente seducente, sempre in equilibrio tra glamour cinematografico e stilizzazione teatrale. Livermore accentua con decisione la componente ironica già presente nel libretto di Haym, moltiplicando gag, citazioni e invenzioni sceniche che alleggeriscono il racconto, a tratti rendendolo forse un po’ troppo macchiettistico. Eccedente appare il film muto conclusivo, che retrodata l’assassinio di Pompeo trasformandolo in una sorta di epilogo investigativo, ricordando Assassinio sull’Orient Express. Ma tutto sommato la regia funziona, e mantiene il pubblico attento fino alla fine dello spettacolo. Ed oltre.

Giulio Cesare in Egitto ph Michele Monasta
Giulio Cesare in Egitto ph Michele Monasta

Sul piano vocale il cast si dimostra di ottimo livello.

Raffaele Pe costruisce un Giulio Cesare lontano dalla monumentalità eroica tradizionale. Il fraseggio è sempre elegante, sostenuto da una tecnica saldissima e da un controllo esemplare della coloratura. Più che l’autorità del condottiero emerge la complessità dell’uomo politico, capace di alternare fierezza, ironia e autentico abbandono sentimentale. Splendida Va tacito e nascosto, cesellata con intelligenza musicale, così come il dialogo con il violino obbligato in Se in fiorito ameno prato, affrontato con brillantezza.

Mariangela Sicilia conferma una versatilità ormai rara nel panorama italiano. Dopo Mozart, Puccini e Verdi, affronta Händel con sorprendente proprietà stilistica. La voce conserva la sua luminosità naturale, ma trova anche una nuova morbidezza nel legato e nella gestione delle ornamentazioni. Se V’adoro pupille convince per eleganza e sensualità controllata, è soprattutto in Piangerò la sorte mia che il personaggio acquista piena profondità drammatica.

Giulio Cesare in Egitto ph Michele Monasta
Giulio Cesare in Egitto ph Michele Monasta

La rivelazione della serata è però Nicolò Balducci. Il suo Sesto possiede quella miscela di freschezza timbrica, precisione tecnica e partecipazione emotiva  che lo pone in primo piano. Le agilità scorrono con assoluta naturalezza, ma è soprattutto la costruzione psicologica del personaggio a colpire: la vendetta non cancella mai la fragilità adolescenziale, e proprio questa tensione rende ogni intervento musicalmente credibile.

Di grande autorevolezza anche la Cornelia di Fleur Barron, nobile nel fraseggio e sempre misurata nell’espressione del dolore. Filippo Mineccia disegna un Tolomeo teatralmente irresistibile, dominato da una perfida ironia, mentre Valerio Morelli offre un Achilla vocalmente robusto e scenicamente efficace. Puntuali gli interventi di Janetka Hoşco come Nireno e di Davide Sodini quale Curio.

Più limitato ma preciso e ben integrato nel tessuto scenico l’intervento del Coro del Maggio, preparato da Lorenzo Fratini.

Applausi entusiastici, anche a scena aperta, per l’ultima replica dell’opera da parte di un nutrito pubblico in sala, soprattutto straniero.

PANORAMICA RECENSIONE
Direzione
Regia
Solisti
Orchestra
Scenografia
Costumi
Pubblico
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il-trionfo-degli-affetti-il-giallo-sul-nilo-del-giulio-cesareGIULIO CESARE IN EGITTO <br>di Georg Friedrich Händel <br>Maestro concertatore e direttore Gianluca Capuano <br>Regia Davide Livermore <br>- <br>Maestro del Coro Lorenzo Fratini <br>Scene Giò Forma <br>Costumi Mariana Fracasso <br>Luci Antonio Castro <br>Video D-Wok <br>Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino Giulio Cesare Raffaele Pe <br> <br>Cornelia Fleur Barron <br>Sesto Pompeo Nicolò Balducci <br>Cleopatra Mariangela Sicilia <br>Tolomeo Filippo Mineccia <br>Achilla Valerio Morelli <br>Curio Davide Sodini <br>Nireno Janetka Hoşco <br>Figuranti speciali <br>Ilaria Brandaglia, Marko Bukaqeja, Robert Ediogu Abotsie, Stefano Mascalchi, Francesco Pacelli, Carlo Pucci, Maya Quattrini, Simone Ticci

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