Portare l’opera di Mark Rothko a Firenze significa misurarsi con una città che ha fatto della pittura un dispositivo spirituale prima ancora che estetico. La grande mostra “Rothko a Firenze”, allestita a Palazzo Strozzi dal 14 marzo al 23 agosto 2026, non si limita a presentare una retrospettiva di uno dei protagonisti assoluti dell’arte del Novecento: tenta piuttosto un’operazione critica più sottile, ovvero inserire Rothko dentro una genealogia culturale che passa per il Rinascimento italiano.
Curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, l’esposizione riunisce oltre settanta opere provenienti da istituzioni internazionali come il Museum of Modern Art, il Metropolitan Museum of Art, la Tate e il Centre Pompidou. Ma l’interesse della mostra non sta soltanto nell’eccezionalità dei prestiti: il progetto curatoriale costruisce un racconto che insiste sul rapporto tra pittura, architettura e spazio contemplativo.
Il percorso espositivo segue un andamento cronologico che permette di osservare la trasformazione radicale della pittura di Rothko. Le prime sale, dedicate agli anni Trenta e ai primi Quaranta, mostrano un artista ancora immerso nella figurazione: interni domestici, scene urbane, figure isolate. Sono opere che tradiscono una formazione autodidatta ma anche una sorprendente consapevolezza della tradizione europea.

Collezione Christopher – Rothko, Estate inv. 1103.44 R/V ©1998 by Kate Rothko Prizel and Christopher Rothko / Artist
Rights Society (ARS), New York / SIAE, Roma
In dipinti come Interior (1936) l’architettura domina la scena e suggerisce già una tensione verso uno spazio simbolico più che narrativo. La composizione richiama, quasi per via indiretta, la monumentalità delle tombe medicee scolpite da Michelangelo. La figura umana appare fragile, marginale, come se la pittura fosse già alla ricerca di un’altra forma di presenza.
Con gli anni Quaranta e la fase neo-surrealista emergono elementi mitologici e biomorfici. Figure ambigue, creature primordiali e segni gestuali abitano superfici in cui la narrazione si dissolve progressivamente. È il momento di transizione che condurrà ai Multiforms, quelle composizioni in cui la forma si sfalda definitivamente per lasciare spazio a campiture cromatiche sospese.
La svolta avviene tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, quando Rothko sviluppa il suo vocabolario più celebre: grandi tele dominate da due o tre rettangoli di colore fluttuanti.

Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio
Queste opere non vanno lette come esercizi di astrazione formale. Rothko rifiutava apertamente l’etichetta di pittore “decorativo” o “colorista”. Per lui il colore era un mezzo per evocare stati emotivi fondamentali: tragedia, estasi, solitudine. Le superfici cromatiche, costruite attraverso sottili velature sovrapposte, sembrano emanare luce dall’interno, trasformando la tela in una sorta di campo percettivo.
La mostra insiste sul fatto che questo linguaggio nasce anche dall’esperienza del viaggio europeo del 1950, quando Rothko visitò Firenze, Roma e Venezia. L’incontro con gli affreschi di Beato Angelico nel Museo di San Marco e con l’architettura della Biblioteca Medicea Laurenziana lasciò un’impronta profonda nella sua concezione dello spazio pittorico. Non si tratta di un’influenza formale diretta, ma di una consonanza più profonda: l’idea che la pittura possa creare un ambiente meditativo.
Nella sezione dedicata alla fine degli anni Cinquanta e ai primi Sessanta emergono gli studi per i Seagram Murals e gli Harvard Murals, cicli pittorici concepiti come ambienti immersivi.
In queste opere la pittura assume una dimensione quasi architettonica. Le grandi superfici rosso scuro, granata o brune sembrano trasformarsi in portali o aperture murate. Rothko stesso dichiarò di voler ottenere nei suoi dipinti lo stesso effetto emotivo provato entrando nel vestibolo michelangiolesco della Laurenziana: una sensazione di tensione spaziale, quasi claustrofobica. Il colore non apre più lo spazio, ma lo comprime. Le tele sembrano trattenere la luce ai confini dell’oscurità.

Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio
Il percorso culmina in una sala finale che ricrea, in forma evocativa, l’atmosfera della celebre Rothko Chapel. Non si tratta di una ricostruzione letterale, ma di un ambiente pensato per restituire l’esperienza immersiva che Rothko cercò di realizzare nel suo ultimo grande progetto.
Nella cappella di Houston, completata nel 1971 dopo la morte dell’artista, quattordici tele monumentali circondano lo spettatore in uno spazio ottagonale, creando un ambiente di contemplazione radicale. L’architettura e la pittura si fondono in un unico dispositivo percettivo.
La sala di Palazzo Strozzi non possiede la stessa intensità fisica dell’originale, ma riesce comunque a suggerire la logica dell’opera: la pittura come luogo. In questo contesto i dipinti non sono più oggetti da osservare, ma presenze che definiscono lo spazio. Le superfici scure, apparentemente monocrome, rivelano lentamente una complessità di tonalità violacee e brunite. L’esperienza richiede tempo: lo sguardo deve adattarsi, quasi come entrando in una stanza in penombra.
San Marco: Rothko nelle celle di Beato Angelico

Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio
Il progetto espositivo prosegue in modo diffuso anche in nuove location insolite di Firenze, come al Museo di San Marco. Qui cinque opere di Rothko sono collocate in altrettante celle del convento domenicano affrescate da Beato Angelico.
L’allestimento è volutamente minimale. Le tele, di formato relativamente piccolo, sono poste in dialogo diretto con gli affreschi quattrocenteschi senza alcun apparato spettacolare. La scelta curatoriale evita qualsiasi confronto competitivo tra i due artisti. Le superfici cromatiche di Rothko sembrano prolungare il silenzio contemplativo degli affreschi. La relazione si rivela spirituale: entrambe le opere richiedono uno sguardo lento, quasi meditativo.
In questo contesto Rothko appare meno come un artista dell’astrazione americana e più come un erede inatteso di una tradizione monastica dell’immagine.
La Laurenziana: pittura e tensione dello spazio

Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio
Un secondo intervento si trova nel vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, uno degli spazi più inquieti dell’architettura rinascimentale progettata da Michelangelo.
Qui sono esposti due studi preparatori per i Seagram Murals. L’allestimento sfrutta la drammaticità dello spazio michelangiolesco, con le sue finestre cieche e la celebre scalinata che sembra espandersi come un organismo vivo. In questo ambiente le forme rettangolari delle tele evocano porte murate o aperture impossibili, amplificando la tensione architettonica del vestibolo.
Rothko: un artista della soglia

Nato nel 1903 a Dvinsk, nell’attuale Lettonia, Rothko emigrò negli Stati Uniti da bambino, crescendo a Portland prima di trasferirsi a New York. La sua carriera si sviluppò all’interno della generazione dell’Espressionismo astratto, ma la sua ricerca fu sempre distinta da quella dei suoi contemporanei.
A differenza di artisti come Jackson Pollock o Willem de Kooning, Rothko non concepiva la pittura come gesto o energia gestuale. Il suo obiettivo era più ambizioso e più fragile: creare immagini capaci di produrre un’esperienza spirituale.
«Voglio che i miei dipinti siano tragici e senza tempo», affermava. Il riferimento non era tanto alla religione quanto a una dimensione universale dell’emozione umana.

Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio
Negli ultimi anni di vita la sua tavolozza si fece progressivamente più scura. Le serie Black and Gray del 1969–1970 sembrano anticipare un’estrema riduzione del linguaggio pittorico, come se la pittura stessa fosse arrivata al limite della propria possibilità.
Rothko si tolse la vita nel 1970 nel suo studio newyorkese.
“Rothko a Firenze” riesce in larga parte nel suo intento: mostrare come l’opera dell’artista non appartenga solo alla storia dell’arte americana ma dialoghi con una tradizione più ampia, fatta di architettura, spazio e contemplazione.
Alla fine della visita resta la sensazione che Rothko abbia trasformato la pittura in qualcosa di diverso da un’immagine. Un luogo mentale, fragile e assoluto, dove il colore diventa silenzio.



