C’è in The Forest. So dove sono, mi sono già persa qui una matrice autobiografica evidente, trattata con quella leggerezza ironica che da sempre appartiene a Cristiana Morganti. Il tema della perdita dei genitori emerge insieme ai ricordi, che illuminano a intermittenza lo smarrimento. La foresta diventa spazio mentale e simbolico: il luogo in cui ci si inoltra quando viene meno il sostegno dei legami più originari. Ne affiora una materia intima, che si offre più per echi che per dichiarazioni.
La scena, curata con grande attenzione, costruisce un impianto visivo di forte suggestione: tronchi, sassi, fondale, luci, una cabina telefonica ormai reliquia di un altro tempo. È un universo visivo coerente, elegante, quasi sospeso, che sostiene con finezza il lavoro delle immagini e dei corpi. Resta però un impianto che privilegia l’assetto formale: suggestivo, ma non sempre necessario.

La regia di Claudio Tolcachir si muove in questa direzione, con un avvio non del tutto risolto e scelte che insistono sull’equilibrio formale più che sulla urgenza drammaturgica. La struttura procede per frammenti, ma senza che questi trovino una forza interna capace di sostenerli. Rimangono episodi, accenni, passaggi che non si saldano.
Cristiana Morganti alterna parola, gesto e trasformazione scenica con una presenza sempre consapevole. Eppure proprio questa consapevolezza, a tratti, scivola nel compiacimento. I numerosi cambi d’abito, invece di stratificare il discorso, finiscono per riproporre lo stesso gesto: mostrarsi. Senza che qualcosa, davvero, si modifichi. Accanto a lei, Lisa Lippi Pagliai introduce una presenza giovane, lieve, quasi speculare, ma non abbastanza incisiva da modificare il tessuto della scena. Anche i riferimenti a Nina, Cordelia e Blanche DuBois restano in controluce. Evocati, ma raramente incarnati. Archetipi che rischiano di dissolversi in citazione.
I momenti più riusciti sono quelli in cui il teatrodanza prende il sopravvento e il corpo torna a farsi lingua. Qui emerge con chiarezza l’eredità bauschiana di Morganti: una scrittura corporea che trova la sua evidenza più forte. Il gesto si fa preciso, finalmente necessario. Altrove, prevale una grazia formalizzata. Il dolore resta filtrato, trattenuto, mai davvero lasciato agire.
Resta, nel complesso, l’impressione di un lavoro elegante, segnato da intuizioni, che si mantiene su una soglia di leggerezza e sospensione, senza oltrepassarla davvero. La foresta, allora, si offre come immagine di spaesamento e di ritrovamento, ma rimane soprattutto un luogo da contemplare. Senza farsi abitare.