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Quattro quarti, Beckett in un unico movimento

Alessandro Averone accosta quattro testi brevi di Beckett senza ridurli a repertorio, ricomponendoli in una medesima traiettoria esistenziale

Quattro quarti ph Leonardo Bocci

Si chiude come una figura unitaria, più che come una semplice successione di quadri, questo Quattro quarti diretto da Alessandro Averone e presentato in prima nazionale al Materia Prima Festival, nello spazio del Teatro Florida di Firenze. L’operazione, sulla carta, non era tra le più semplici: accostare Atto senza parole, Teatro Due, Catastrophe e Non io senza ridurli a repertorio, a campionario di forme e ossessioni. Eppure il lavoro trova una propria continuità interna, una linea di tenuta che consente ai testi di disporsi come segmenti di una medesima traiettoria.

Il tratto più nitido della messinscena risiede nella coerenza dell’impianto. Averone non piega Beckett a una cornice interpretativa troppo esibita e non carica i quattro atti unici di letture forzate; lavora piuttosto sulle soglie, sulle cadenze, su una trama di consonanze che lascia affiorare, da un quadro all’altro, una medesima condizione esistenziale. Ne emerge così non tanto la varietà dei dispositivi beckettiani, quanto la persistenza di un io esposto, scisso, alle prese con forze che lo eccedono, ma mai del tutto cancellato.

Quattro quarti ph Leonardo Bocci
Quattro quarti ph Leonardo Bocci

In Atto senza parole, più che un deserto astratto, si impone un suolo disseminato di piume, un bianco leggero e perturbante, segno scenico più decorativo che necessario. Qui Beckett definisce già una prima figura dello scacco, affidata a un corpo esposto a un mondo che offre e ritrae, promette e frustra. In Teatro Due, poi, due figure discutono di un uomo fermo presso una finestra, in una sospensione che lascia intravedere l’eventualità del suicidio; ma ciò che potrebbe assumere il tono dell’urgenza o del soccorso si converte in una verbalizzazione fredda, esterna, del dolore altrui. Con Catastrophe il corpo viene invece corretto, manipolato, disposto dentro una logica di controllo dello sguardo; mentre in Non io la regia rinuncia alla sola bocca in luce e dispone l’attrice di lato, sottraendo il monologo al puro automatismo e restituendogli un respiro più vivo.

Quattro quarti ph Leonardo Bocci

In queste diverse modulazioni Beckett lascia ogni volta affiorare una stessa figura vulnerata, resa concreta anche dalla permanenza in scena di Antonio Tintis, interprete di Atto senza parole, che da un quadro all’altro continua a renderne visibile la persistenza. È su questa linea che si innesta il lavoro d’insieme degli interpreti, sostenendo con misura l’intero assetto senza cedere né al naturalismo né a una stilizzazione troppo dichiarata.

Nel complesso, Quattro quarti convince perché evita tanto la museificazione quanto l’alleggerimento. Non tratta Beckett come reliquia, ma neppure lo addomestica; lavora invece sulla tenuta della composizione, sulla coesione ritmica e simbolica, sulla possibilità che quattro forme autonome si raccolgano in una figura unitaria. Così il frammento conserva la propria opacità, ma si dispone entro un disegno compatto, dove l’assurdo assume, per una volta, la nettezza di una forma chiusa.

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