
Nel piccolo Teatro degli Angeli (via Colletta 21, Milano), la Compagnia degli Scarrozzanti porta in scena Lo scrittore automatico, racconto di Roald Dahl del 1953, sorprendentemente attuale alla luce della rapida diffusione dell’intelligenza artificiale nella creatività letteraria.
Oggi assistiamo a programmi IA capaci di generare racconti o romanzi da un semplice input, adattando trame, stili, personaggi e ambientazioni. Per ora, si tratta di esperimenti di qualità modesta, ma l’evoluzione dei sistemi generativi suggerisce che presto potrebbero eguagliare – o confondersi con – opere umane. Dahl anticipa tutto questo: la sua storia descrive un elaboratore che produce racconti e romanzi di successo, sostituendo gli scrittori in carne e ossa. L’inventore, Adolph Knipe, ne trae fortune economiche, convincendo autori affermati a prestare il loro nome alle creazioni della macchina. Solo gli scrittori “di cassetta” accettano; i più originali, una minoranza, si oppongono.
La trasposizione teatrale resta fedele all’originale, grazie a un narratore poliedrico (interpretato da Andrea Carabelli che è anche il regista dello spettacolo) che lega le fasi della trama e si cala nei personaggi secondari: la vicina noiosa, gli scrittori refrattari, la scrittrice commerciale affascinata dalla macchina. Accanto a lui, il proprietario Mister Bohlen e l’inventore Adolph Knipe, Diego Becce e Martin Dushku. Protagonista assoluta resta però la macchina stessa, resa con fantasia e fedeltà all’iconografia scientifica d’antàn: luci colorate, meccanismi rotanti, rumori suggestivi.
L’ironia e la satira dahlane non sempre emergono con forza, ma la prova attoriale è comunque generosa. Lo spettacolo invita a riflettere sulla scarsa originalità di certa letteratura seriale – un fenomeno attuale, oltre l’IA, nei sequel, prequel e serie TV. Contestualizzato negli anni ’50, il racconto evoca l’epoca delle riviste pulp americane (fantascienza, polizieschi a basso costo), in declino per l’avvento della TV, che premiavano produzioni standard per un pubblico “di bocca buona”.
Dahl denuncia la mediocrità di massa, allineata al potere dominante: povertà di idee e di stile, specchio dei mass media orientati al profitto immediato. Questo minimalismo genera un approccio superficiale alla realtà, ostile all’approfondimento. Chi porta novità destabilizza, e per il potere è sempre pericoloso.