Il bianco domina la scena. Pareti chiare, divano chiaro, luce fredda. Un salotto borghese immerso in una neutralità quasi clinica, dove anche la tela, attraversata da impercettibili filettature, sembra dissolversi nello sfondo. Tutto è predisposto perché quel bianco diventi abisso, perché il vuoto si faccia minaccia. Ma quella voragine resta più suggerita che spalancata.
In breve, Serge acquista un costoso quadro bianco e lo mostra all’amico Marc, suscitandone il disprezzo. L’ingresso di Yvan, più incerto e conciliatore, sposta la divergenza di gusto su un terreno più scivoloso: quello dell’amicizia.
Visto al Teatro Politeama di Poggibonsi, lo spettacolo mette alla prova la tenuta di questo meccanismo. In Art di Yasmina Reza un gesto minimo diventa miccia: un oggetto apparentemente insignificante incrina un equilibrio di lunga data. Non è mai solo un dipinto: è misura del gusto, del potere, del bisogno di riconoscimento. È territorio simbolico. E per reggere questa tensione richiede precisione chirurgica: ritmo, sottotesto, progressione.

La regia e l’interpretazione di Michele Riondino, insieme a Daniele Parisi e Michele Sinisi, non sembrano individuare una traiettoria capace di sostenerla. Lo spazio scenico, coerente nella sua scelta monocroma, rimane illustrativo. La tela è presente, ma non pesa. Non condiziona l’aria. Non altera i rapporti di forza.
Su quel fondo candido emergono tre figure dai toni più accesi, quasi ritagliate, talvolta caricaturali. La stilizzazione è evidente e può essere letta come scelta consapevole; tuttavia, i personaggi restano tipi riconoscibili: il collezionista sicuro di sé, l’amico indignato, il fragile in perenne oscillazione, senza che il conflitto li conduca sempre verso zone di maggiore ambiguità o vulnerabilità.
Il dissidio è lampante fin dall’inizio, ma la sua progressione non sempre trova un crescendo proporzionato. Le pause talvolta dilatano l’azione più che addensarla; il ritmo alterna momenti efficaci ad altri più rarefatti. Alcune battute non affondano completamente, e l’equilibrio tra ironia e ferita rimane in bilico.
Le risate di Marc cercano il paradosso, ma non sempre lasciano intravedere il fondo di risentimento che dovrebbe incrinare l’amicizia. I tre personaggi espongono il conflitto con chiarezza; meno evidente è la sua sedimentazione interiore. Così, con il rischio sempre controllato, anche la comicità tende ad affievolirsi.
Si può discutere sulla forza della drammaturgia, su alcune soluzioni che sembrano aprire piste non pienamente percorse. Ma è la mancanza di una direzione netta a rendere più evidenti i limiti.
Ne risulta un allestimento che non disturba, non divide, non incendia. Tutto è visibile, dichiarato, in superficie, come una tela che, strizzando gli occhi, dovrebbe rivelare molto più di quanto lascia intravedere: un’opera che imita la profondità senza raggiungerla.