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Beethoven in trasparenza: imperium e destino al Teatro San Carlo

Karel Mark Chichon e Rudolf Buchbinder con l’Orchestra del Teatro San Carlo per un Beethoven potente ma non celebrativo

Teatro San Carlo - © Ph. Luciano Romano

Ci sono serate che non si limitano a offrire un programma di grande richiamo, ma si configurano come una vera e propria dichiarazione estetica: così è stato ieri sera qui a Napoli al Teatro di San Carlo, dove l’accostamento del Concerto n. 5 per pianoforte e orchestra in mi bemolle maggiore op. 73 “Imperatore” e della Sinfonia n. 5 in do minore op. 67 di Ludwig van Beethoven delineava già in partenza un percorso interpretativo esigente, lontano da ogni retorica monumentale.

Più che celebrare un mito, la serata ha cercato di percorrere un itinerario, restituendo un Beethoven architetto del suono e costruttore di tensioni morali prima ancora che musicali. Un programma di tale portata comporta inevitabilmente il rischio di scivolare nella magniloquenza: Beethoven, soprattutto quello del cosiddetto periodo eroico, può essere facilmente travisato in senso monumentale, mentre la sua grandezza risiede, invece, nell’equilibrio tra forza e misura. In questo senso, l’affidamento dell’esecuzione alla direzione di Karel Mark Chichon e al pianoforte di Rudolf Buchbinder rappresentava già di per sé una garanzia.

Composto tra il 1809 e il 1811, in un’Europa segnata dalle guerre napoleoniche e mentre la sordità limitava ormai l’attività concertistica del compositore, il Quinto Concerto segna il congedo di Beethoven dal ruolo pubblico di pianista, senza ridurre la centralità dello strumento nella sua visione musicale. Il soprannome “Imperatore”, non attribuito dall’autore, rimanda a una dimensione maestosa che tuttavia non celebra un potere esterno: l’imperium cui ci si riferisce è interiore, morale. L’opera introduce importanti novità formali: l’ingresso immediato del pianoforte dopo gli accordi iniziali dell’orchestra e la cadenza interamente scritta, a conferma di un controllo architettonico assoluto. La difficoltà principale non risiede tanto nella tecnica quanto nell’equilibrio tra solista e orchestra.

Buchbinder affronta il Concerto con rigore classico: suono asciutto, fraseggio limpido, nessuna concessione all’effetto, l’ingresso iniziale non cerca imponenza ma autorevolezza. Nel primo movimento, tempi equilibrati e dialogo costante con l’orchestra, guidata da Chichon con gesto ampio ma disciplinato: gli archi del San Carlo offrono compattezza, mentre il pianoforte mantiene chiarezza anche nei passaggi più densi. Nell’Adagio un poco mosso, che rappresenta il cuore poetico del Concerto, la tonalità lontana di si maggiore crea un’atmosfera sospesa, quasi irreale, e qui Buchbinder offre forse il momento più alto della sua prova, perché il suono si fa morbido, senza mai cedere al sentimentalismo: il canto è nobile, raccolto, le frasi si distendono con naturalezza, sostenute da un controllo del pedale esemplare.

Il gesto misurato di Chichon accompagna con raccolta partecipazione, lasciando respirare l’orchestra: gli archi mostrano una bella qualità timbrica, soprattutto nei pianissimi, costruendo un tappeto sonoro che avvolge il pianoforte senza sovrastarlo. E sicuramente, in questa serata così pregnante, il dialogo tra solista e orchestra – che è sempre un errore dare per scontato – risulta alla fine decisivo per la riuscita: nei passaggi di risposta tra fiati e pianoforte, si avverte una cura quasi cameristica, lasciando che Chichon dia prova di tutta la sensibilità di cui è capace nel calibrare le dinamiche, evitando di coprire il solista anche nei momenti più densi. Il Rondò finale emerge luminoso ma composto: brillantezza sempre subordinata alla struttura, evitando qualsiasi trionfalismo.

Teatro San Carlo – © Ph. Luciano Romano

L’ovazione che ha salutato la conclusione del Concerto ha avuto il carattere delle grandi occasioni: non un entusiasmo rumoroso e dispersivo, ma un applauso insistito, compatto, quasi riconoscente. È in questo clima che Rudolf Buchbinder, con la sobrietà che gli è propria, è rientrato sul palcoscenico più volte, quasi schernendosi, per concedere il bis tanto reclamato quanto inatteso ma perfettamente coerente con il percorso estetico della serata: l’Allegretto dalla Sonata n. 17 in re minore op. 31 n. 2 La tempesta dello stesso Beethoven.

Con ogni evidenza crediamo che la scelta non sia stata casuale, perché se l’Imperatore rappresenta il Beethoven della costruzione monumentale e dell’affermazione luminosa, la Sonata op. 31 n. 2 appartiene a una stagione diversa, più inquieta e sperimentale, in cui il compositore mette in discussione le forme tradizionali della scrittura pianistica. Il terzo movimento di quella Sonata, Allegretto, non è un brano di puro virtuosismo, ma una pagina ambigua e sfuggente, costruita su un moto perpetuo leggero e insieme nervoso, quasi un’ombra ironica dopo la tensione drammatica dei movimenti precedenti. Buchbinder lo ha affrontato con un tocco sorprendentemente rarefatto: dopo la densità architettonica del Concerto, il pianista ha alleggerito il suono, rendendolo più trasparente, quasi cameristico, le figurazioni scorrevoli sono state articolate con estrema chiarezza, evitando qualsiasi brillantezza superficiale.

L’effetto complessivo è stato quello di una ricollocazione prospettica dell’ascolto: dopo la monumentalità dell’op. 73, l’Allegretto è asurto a spazio di riflessione, momento di sottrazione, parentesi di intelligenza musicale, che ha anche avuto, dal punto di vista drammaturgico, il significato implicito di creare un ponte ideale tra due dimensioni del Beethoven maturo, quella dell’affermazione eroica e quella dell’inquietudine interiore.

Dopo l’intervallo, la Quinta Sinfonia: in altre parole tutto ciò che la fantasia popolare (e non) ha potuto costruire nei due secoli e passa dalla sua composizione, una montagna da scalare, un mito intoccabile. Composta tra il 1804 e il 1808, è divenuta nel tempo il simbolo stesso di Beethoven: il celebre motivo iniziale – tre note brevi e una lunga – è entrato nell’immaginario collettivo come il destino che bussa alla porta, anche se tale interpretazione non ha solide basi documentarie, ma finendo per battezzare addirittura, in modo improprio, l’intera Sinfonia. Al di là di tutto questo, che di cultura musicale ha ben poco, ciò che conta è la straordinaria unità tematica dell’opera, perché il motivo iniziale permea l’intera sinfonia, trasformandosi, riapparendo sotto forme diverse: Beethoven costruisce un arco che parte dal do minore e giunge al do maggiore finale, in un percorso che molti hanno letto come passaggio dalle tenebre alla luce.

Fin dall’attacco dell’Allegro con brio, Chichon imposta una lettura energica ma controllata: tempi sostenuti, dinamiche costruite con gradualità, chiarezza nei rapporti tra le sezioni, affrontando lo sviluppo con rigore architettonico, evitando enfasi superflue. Ci ha mostrato, l’Andante con moto, un’orchestra compatta e ben equilibrata, con archi morbidi e fiati ben integrati. Lo Scherzo è forse il movimento più delicato dal punto di vista interpretativo: Chichon sceglie un carattere misterioso, con dinamiche contenute nella prima esposizione del tema. Il Trio, con la fuga degli archi bassi, è preciso, ben articolato, senza eccessiva pesantezza, il ritorno dello Scherzo è gestito con attenzione, preparando con intelligenza il passaggio al Finale. Il collegamento senza pausa tra terzo e quarto movimento è uno dei momenti più attesi: qui la direzione di Chichon mostra una notevole capacità narrativa, la tensione cresce gradualmente, fino all’esplosione del do maggiore nel Finale. L’Allegro finale è luminoso, ma non eccessivamente trionfalistico, con gli ottoni che si distinguono per compattezza e intonazione. La coda conclusiva è ampia, poderosa, ma sempre controllata, non si ha mai la sensazione di un suono fuori misura.

Teatro San Carlo – © Ph. Luciano Romano

Al termine, in sala abbiamo potuto assistere e partecipare ad un’autentica manifestazione di consenso: per Karel Mark Chichon gli applausi sono stati immediati, larghi, ritmicamente insistiti, segno di un coinvolgimento non soltanto emotivo ma anche consapevole da parte del pubblico del Teatro di San Carlo, gremito in ogni ordine di posti. La risposta della platea – con numerose chiamate al proscenio – ha riconosciuto soprattutto la coerenza dell’impianto interpretativo e la capacità di sostenere, lungo l’intero arco del programma, una tensione musicale mai dispersa. Un momento particolarmente significativo – e umanamente toccante – si è vissuto subito dopo le ultime chiamate al proscenio: il Direttore, visibilmente partecipe, ha voluto trasformare l’applauso in un gesto di riconoscimento collettivo, rendendo omaggio alle diverse sezioni dell’Orchestra.

Con gesto ampio e sorridente ha fatto alzare, una dopo l’altra, le varie sezioni e i singoli solisti, chiamati a ricevere un applauso specifico per il contributo determinante offerto nel corso della serata, in particolare nella costruzione delle grandi arcate dinamiche della Quinta sinfonia: è stato un gesto non rituale, ma sentito, che ha sottolineato l’idea – già percepibile nell’esecuzione – di un lavoro costruito su equilibrio e collaborazione interna. Il momento più intenso, tuttavia, è arrivato subito dopo: Chichon ha invitato ad alzarsi un violinista storico dell’orchestra, prossimo al pensionamento e l’atmosfera si è immediatamente caricata di una partecipazione diversa, quasi affettiva. Il direttore gli si è avvicinato personalmente, lo ha accompagnato con discrezione verso il podio e lo ha voluto accanto a sé, trasformando quell’istante in un simbolico passaggio di testimone tra esperienza e memoria orchestrale.

L’intera sala ha risposto con un applauso lungo e caloroso, non più soltanto celebrativo ma profondamente umano, in quel gesto – semplice ma eloquente – si è colta una dimensione spesso invisibile al pubblico: quella della vita quotidiana di un’orchestra, fatta di anni di lavoro condiviso, di prove, di repertori attraversati insieme. È stato un epilogo particolarmente elegante per una serata costruita sulla grande architettura beethoveniana, ma conclusa con un segno di riconoscenza verso chi, quella musica, la rende viva da una vita. Ascoltare nella stessa serata il Concerto Imperatore e la Quinta Sinfonia significa confrontarsi con due volti complementari del Beethoven maturo: se nel Concerto l’eroe è individuale e il pianoforte rappresenta la sua voce che si afferma, nella Sinfonia, l’eroe è collettivo, quasi impersonale, la lotta è universale.

L’interpretazione di Buchbinder e Chichon ha messo in luce questa dualità senza forzature, perché nel Concerto, il pianoforte non ha mai cercato di dominare l’orchestra e nella Sinfonia, l’orchestra non ha mai ceduto alla tentazione della grandiosità fine a se stessa. L’Orchestra del Teatro di San Carlo ha mostrato compattezza e disciplina, qualità non scontate in un programma così impegnativo e chi era seduto in platea ha potuto chiaramente percepire un lavoro attento sulle dinamiche e sugli equilibri interni. Così, in un’epoca in cui Beethoven rischia talvolta di essere ridotto a icona, a monumento sonoro ripetuto per abitudine, questa serata al San Carlo ha restituito alle due pagine in programma la loro centralità, aldilà di ogni celebrativa enfasi. Buchbinder ha offerto un Imperatore di nobile austerità, dimostrando come il virtuosismo possa essere strumento di pensiero; Chichon, da parte sua, ha guidato la Quinta con energia e rigore, evitando tanto il compiacimento drammatico quanto l’asciuttezza eccessiva.

PANORAMICA RECENSIONE
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Pubblico
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beethoven-in-trasparenza-imperium-e-destino-al-teatro-san-carloConcerto Karel Mark Chichon / Rudolf Buchbinder <br>Direttore, Karel Mark Chichon <br>Pianoforte, Rudolf Buchbinder <br>Programma <br>Ludwig van Beethoven, Concerto n. 5 per pianoforte e orchestra in mi bemolle maggiore, op. 73 “Imperatore” <br>Ludwig van Beethoven, Sinfonia n. 5 in do minore op. 67 <br>Orchestra del Teatro di San Carlo <br>Durata: 2 ore con 1 intervallo <br>Napoli, Teatro San Carlo, 21 febbraio 2026

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