Sipario chiuso. In avanscena, Marina Rocco/Gertrude – vestita da Marilyn Monroe – ci accoglie impugnando un grande microfono anni Cinquanta mentre ci racconta il suo sogno di diventare attrice. In pochi istanti lo spettatore è già dentro l’universo di Amleto², dove Shakespeare non è un testo da mettere in scena ma una materia instabile, da usare, deformare, attraversare. Quando la scena finalmente si apre, lo spazio appare come un luogo di reclusione: il boccascena è chiuso da una griglia di sbarre metalliche che trasforma il palco in una gabbia, una prigione mentale prima ancora che fisica.
Amleto² si presenta così, con un dispositivo scenico saturo, eccessivo, volutamente anti-naturalistico. Dentro questa gabbia, scenografie e costumi compongono un universo glam–punk-pop di grande qualità estetica, che lavora per accumulo e cortocircuito. Un immaginario vintage che guarda più alla libertà anticonformista di un certo cinema – un po’ The Rocky Horror Picture Show, un po’ Povere Creature! — che a qualsiasi idea di filologia teatrale. Un’estetica libera, sghemba, artificiale, che rivendica il diritto all’eccesso e alla deformazione. È chiaro, quindi, fin dall’inizio che qui Shakespeare non verrà “interpretato”, ma usato come materiale instabile.

Filippo Timi torna ad Amleto come a un territorio già attraversato e, proprio per questo, disponibile a essere ancora smontato: Amleto² non è una riscrittura né un adattamento, ma un’operazione di sabotaggio consapevole, che prende il testo come pretesto per una riflessione sul teatro, sull’attore e sulla ripetizione ossessiva dei classici. L’Amleto di Timi è un uomo iperconsapevole, ironico, annoiato e combattivo, che si muove dentro un flusso registico furioso e frammentato, più vicino alla logica dell’avanspettacolo e del cabaret esistenziale che a quella della tragedia.
L’irriverenza, a tratti feroce, è, infatti, il vero motore drammaturgico, capace di mettere in luce le contraddizioni del testo, l’usura, così come la potenza ancora attiva. Il pubblico è subito coinvolto in una relazione che rompe la quarta parete, malgrado l’espediente scenografico della gabbia parrebbe separarlo. Amleto/Timi parla con noi, si relaziona, si mostra, fin dall’inizio: è malizioso, esplosivo, completamente folle e superbamente divertente; regge i fili -dentro e fuori- di questa sfrontata rappresentazione.
E non è un caso che alcune delle scene si svolgano in avanscena, in uno spazio che richiama esplicitamente l’avanspettacolo, in cui Marina Rocco costruisce una Gertrude memorabile per precisione, intelligenza e libertà interpretativa. Il cast nel suo insieme lavora con grande coesione e controllo, dimostrando una notevole capacità ad abitare un linguaggio che richiede rapidità, precisione e una costante disponibilità al rischio. Nessuna performance cerca l’effetto isolato: ogni attore contribuisce a un organismo scenico collettivo, coerente con la natura instabile e ludica del progetto.
Tra le immagini più forti, la scena della morte di Ofelia in cui l’allagamento è rovesciato. Ofelia fluttua sospesa, appesa al centro della scena, come se l’acqua fosse diventata aria. È uno dei rari momenti in cui il flusso sarcastico si interrompe e lo spettacolo apre uno squarcio più oscuro e tragico.
Amleto² è un’operazione teatrale che rifiuta la reverenza e sceglie la lucidità del gioco, della deformazione, dell’intelligenza scenica. Un lavoro che diverte e al contempo rivendica il teatro come spazio di eccesso, di prigionia e libertà insieme.