Lo spettacolo andato in scena alla Scala però non è stato una vetrina di brani celebri e di interprenti straordinari, ma un confronto vivo con il repertorio — e con ciò che succede quando il teatro viene spogliato dei suoi orpelli e senza regia né orchestra, solo pianoforte e una sequenza di arie e duetti si mostra nella sua bellezza più pura e semplice e così i momenti più interessanti arrivano nei duetti, dove le loro visioni del canto entrano in relazione. Non c’è una vera fusione, ma piuttosto un equilibrio tra approcci diversi: da una parte una linea più continua, dall’altra una maggiore incisività.

Meli e Salsi accompagnano così il pubblico nell’universo verdiano partendo dal Don Carlo fino ad arrivare all’Otello, passando per la troppo a lungo dimenticata opera La forza del destino.
A cucire il programma, il pianoforte di Nelson Calzi, impegnato non solo nell’accompagnamento ma anche nei due intermezzi lisztiani. Qui la scrittura si fa virtuosistica e trasfigurata, offrendo un commento strumentale alle passioni verdiane appena ascoltate. Se la trascrizione di Widmung mantiene una dimensione lirica e cantabile, la Paraphrase dal Rigoletto introduce una componente più spettacolare, quasi a ribadire la continuità tra teatro e concerto.
Alla fine, ciò che resta non è tanto la somma delle singole esecuzioni, quanto l’impressione di aver assistito a una forma di teatro ridotto all’essenziale, in purezza: due voci, un pianoforte e un repertorio che continua a vivere nella relazione tra interpreti. In questo senso, il recital di Meli e Salsi è un esercizio di memoria attiva, in cui il passato delle loro collaborazioni scaligere si riflette in un presente ancora pienamente vitale.
Il pubblico ne rimane incantato e estasiato ed esce dal teatro abbracciando l’estate con le mani arrossate per i troppi applausi.