La prima stagione di Pluribus su Apple TV+ mette in scena un incubo camuffato da sogno: l’umanità pacificata in un’unica coscienza collettiva, dove il conflitto è stato estirpato come un virus e la serenità è diventata protocollo sociale. Vince Gilligan abbandona il registro criminale di Breaking Bad per esplorare un male più sottile: quello dell’utopia realizzata, dove l’individuo non viene represso ma dissolto, assorbito in un organismo che si autoregola attraverso l’empatia forzata e la trasparenza totale. Se Huxley immaginava il soma come narcotico della massa, Gilligan trasforma la connessione stessa in sedativo: non serve più la chimica quando la coscienza è condivisa. Al centro di questo mondo “guarito” c’è Carol Sturka, romanziera di romance trasformata in anomalia antropologica: cinica, alcolizzata, irriducibilmente infelice, interpretata da Rhea Seehorn (fresca di Golden Globe) con una ferocia che sfida ogni simpatia.
Pluribus sembra immaginare un politically correct portato al grado zero: una sensibilità che, irrigidendosi, scivola in liturgia e finisce per farsi automatismo; un galateo dell’anima che scambia la complessità per maleducazione. In questo soffocamento gentile Carol diventa figura necessaria, più scheggia che eroina. Seehorn porta in scena il travail costruito su Kim Wexler, quella frustration rentrée dosata con chirurgica precisione, e lo deforma in un ritratto beckettiano di solitudine esistenziale, dove l’infelicità non è deficit ma rivendicazione. Il suo volto diventa la mappa emotiva della serie: quando l’inquadratura lo abbandona, il racconto perde mordente.
La narrazione procede con lentezza meditativa: nove episodi per circoscrivere il “Joining”, il virus che ha trasformato la specie in un alveare, ma non per illuminarne davvero l’origine. E questa dilatazione, alla lunga, non ripaga. La serie tende ad allungare il brodo: ossessioni tematiche ribadite, simbolismi circolari, un déjà-vu che affiora a metà percorso senza trasformarsi in variazione. Come se Gilligan, avendo un’idea potente, temesse di consumarla e finisse per preferire la ridondanza all’azzardo narrativo.

Sul piano visivo, però, Pluribus è impeccabile. La regia costruisce geometrie di corpi disciplinati e palette desaturate che trasformano la felicità condivisa in un freddo ospedaliero; un’estetica che ricorda certi episodi di Black Mirror, ma con maggiore pudore formale. Quando il collettivo viene filmato come un unico organismo pulsante, la serie trova la sua immagine più disturbante: la comunità come predatore morbido, che assimila per abbraccio. E quando Carol, ubriaca, urla contro il silenzio imperturbabile della comunità che la circonda, Pluribus trova la sua immagine-manifesto: il dissenso come bestemmia in una cattedrale senza Dio. È un linguaggio che, a tratti, sconfina nel patinato; nei momenti migliori, però, riesce a rendere la bellezza inquietante.
Il finale non offre conforto: concentra il conflitto in una scelta radicale che interroga il diritto alla distruzione come ultima forma di libertà. Senza svelare l’esito, la serie rifiuta la catarsi, lasciando lo spettatore sospeso dove l’individualismo smette di essere principio e diventa gesto potenzialmente catastrofico. È un epilogo coerente ma divisivo, che a tratti sembra più interessato a scandalizzare che a esplorare davvero le implicazioni del proprio assunto.
Pluribus funziona quando lavora sul grottesco della positività tossica (la serenità come obbligo, il consenso come patologia) e quando affida a Seehorn il compito di incarnare la frizione necessaria. Perde efficacia, invece, quando scambia la profondità per oscurità. Se la seconda stagione saprà snellire il dispositivo narrativo, l’opera potrà diventare un riferimento per il nuovo sci-fi televisivo; per ora, Pluribus resta una distopia che si guarda allo specchio più di quanto guardi noi: elegante, ambiziosa, ma non ancora indispensabile.