
Uwe Wittwer è un artista autodidatta ma che ha alle spalle numerose mostre personale in importanti istituzioni , come la Tate Britain a Londra, il Moma PS1 a New York, e può vantare opere esposte in importanti collezioni pubbliche. E’ un artista che davanti a un’opera pittorica o a una serie di fotografie, documenti e immagini diverse si lascia per così dire suggestionare da esse e le reinterpreta secondo suoi canoni personali, le rielabora e le filtra in una visione che è solo sua.
Se ci pensiamo un momento, è quello che, molto inconsciamente, facciamo tutti davanti a un’opera d’arte o a qualsiasi documento che interroghi la nostra coscienza, la nostra prospettiva sul mondo. Solo che lui li trasforma attraverso una pratica pittorica, acquerello, disegno, ecc. Noi, nella maggioranza dei casi, ne conserviamo un ricordo, una minima traccia spesso inconsapevole.

Wittwer, in un certo senso, ci invita a metterci nei suoi panni. A rivedere attraverso i suoi occhi, ad esempio, le immagini provenienti dall’Africa, dalla Cina, dall’India e dalle Americhe che riguardano il fenomeno dell’espansione coloniale e della attività missionaria nel XIX e XX secolo. Fenomeno che, sebbene abbia lasciato anche un’eredità positiva in termini di infrastrutture educative e sanitarie, sul piano politico è servito a consolidare l’egemonia delle potenze europee, provocando profonde ferite culturali e sociali nelle popolazioni, oltre a rivolte e reazioni nazionaliste.
L’artista rimane colpito esaminando la raccolta di foto della Missione di Basilea (lui, svizzero di origine, è stato anche assistente sociale) e quella del Pitt Rivers Museum di Oxford. La sua attenzione si sofferma soprattutto sui fiumi, sui corsi d’acqua che hanno consentito la penetrazione coloniale delle flotte mercantili e belliche, quasi come agenti estranei attraverso le vene di un corpo vivo, provocandone alterazioni e conseguenze talora disastrose.
Ma non solo le foto hanno ispirato l’artista. Anche i disegni di Willem van de Velde, pittore “marino” del Seicento (1611-1693), gli sono stati utili per ricostruire epoche precedenti ma fenomeni simili. Van de Velde è un artista che ha documentato le battaglie navali tra olandesi e inglesi nate per la disputa sulle colonie. Di qui il titolo della mostra “Controcorrente” anche per insinuare le contraddizioni di un fenomeno, come quello coloniale, che rappresenta una forma di dominazione politica ed economica delle potenze occidentali, ammantata dal velo di una giustificazione morale e culturale.

Altro importante contributo di Wittwer è la sua passione per i capolavori della storia dell’arte, come, ad esempio, la Canestra di frutta di Caravaggio (conservata all’Ambrosiana) e l’Ultima cena di Paolo Veronese (a Brera). Immaginiamo che l’artista si sia soffermato a lungo davanti a questi capolavori, molto diversi l’uno dall’altro e abbia lasciato che forme, colori e immagini attecchissero nel suo subconscio per rifiorire autonomamente in opere che ne colgono l’essenza, astraendola dal contesto, lavorando su allusioni e ammiccamenti spesso subliminali.
Per comprendere meglio il lavoro dell’artista bisogna dire che egli fa precedere ogni modello a cui si ispira con una elaborazione digitale. Spesso ricorre al negativo, introduce delle silhouette o sfoca le immagini per allontanare lo sguardo dal soggetto non tanto per evitare il coinvolgimento emotivo, quanto per prendere la giusta distanza alla ricerca di una possibile obiettività, ben sapendo che quello che viene rappresentato rischia di finire dimenticato, travisato e di perdere il senso più autentico o, forse più convenzionale, di ciò che si voleva rappresentare.














