
Terra, buio, corpi e voci. Alessandro Serra costruisce Tragùdia con pochissimo e da quel poco ricava un universo teatrale densissimo, dove ogni elemento sembra appartenere a un tempo remoto. Al Teatro Goldoni di Firenze, nell’ambito di Fabbrica Europa, il mito di Edipo torna materia, rito, canto.
Serra firma regia, scene, costumi, luci e suoni. Il suo segno è ovunque, fino a rendere difficile separare la regia dalla materia stessa dello spettacolo. Simboli, suggestioni visive, rimandi e contaminazioni si stratificano con grande precisione, lasciando spazio anche a qualche inatteso sprazzo comico.

Il Grecanico è una delle scelte più felici. Serra vi affida le parole di Sofocle e il testo acquista una sonorità diversa, più aspra, fisica. I sovratitoli restituiscono la parola, mentre la voce diventa canto, invocazione, materia sonora. C’è qualcosa di sorprendente nell’ascoltare una tragedia greca attraverso una lingua sopravvissuta nel Sud d’Italia.
Non è soltanto Edipo re. La storia procede dalla scoperta dell’incesto e del parricidio all’accecamento, dalla caduta all’esilio, fino a quella parte del mito che troverà in Edipo a Colono il suo approdo. E il buio, elemento costante della scena, finisce per coincidere con la sorte di Edipo.
Polinice scuote la terra dal grande pastrano, sotto una luce verticale. Tiresia, bendato, ha qualcosa di aracnide. Poi quel verso stridulo e intermittente, che richiama le arpie e che le altre donne riprendono in coro. Teseo, in rosso, dietro una maschera giapponese, si esprime nella lingua dei segni e sembra arrivare da un altro teatro, quasi un corpo estraneo dentro il mondo greco.

Si avverte il richiamo a Peter Brook, ma anche la parentela con il Macbettu: la centralità del corpo, la scena ridotta all’essenziale, il mito che nasce da pochi segni. Poi Serra contamina questi elementi con la maschera, il rito, le voci, mettendo in dialogo mondi lontani.
La luce taglia il buio e sceglie cosa lasciare vedere. Polinice, Tiresia, un volto, un corpo che emerge per un istante e subito torna nella tenebra. Poi il suono: canti, richiami, grida, colpi profondi che ricordano grandi porte che si chiudono. Le voci hanno a tratti la solennità del canto gregoriano, altrove si fanno più arcaiche, quasi pagane, fino al limite del grido.

Gli interpreti sono superbi. Corpi, movimenti e voci obbediscono a un’unica pulsazione, fino a fare del gesto stesso una forma di canto.
C’è anche un piccolo divertissement che richiama Frankenstein Junior: la prima volta sorprende e strappa un sorriso, la seconda perde inevitabilmente parte della sua forza e appare un poco insistito.
Serra conosce molto bene la forza dell’immagine e proprio per questo, a tratti, rischia di compiacersene. È una linea sottile che lo spettacolo non sempre riesce a tenere. Quando però il rito prevale sulla costruzione, Tragùdia ritrova tutta la sua potenza.














