La ragazzina, giù dal piedistallo

Valeria Parrella riscrive Giovanna d’Arco sottraendola alla leggenda e restituendola alla sua età: un’operazione intelligente, ma che nel progressivo passaggio dalla persona al simbolo finisce per perdere parte della complessità del personaggio

Giovanna d’Arco è un di quei personaggi sospesi tra storia e mito che ormai sarebbe vera impresa ricondurre a verità, tanto l’affastellarsi, anche psicologico e sentimentale, di elementi leggendari, nel corso dei secoli, ha finito per mutarne i tratti, fino a renderli quasi irriconoscibili. Santa, visionaria, guerriera, eretica, pazza, puttana, eroina nazionale, martire: Giovanna è un mistero a se stessa, lo è stato anche per i contemporanei, donna e giovane, visionaria e guerriera, e successivamente ogni epoca ha costruito la Giovanna che più era funzionale al mutar delle mode, delle idee, delle stagioni, stratificando significati alla sua vicenda finché la ragazza di Domrémy è diventata figura più da immaginario romanzesco che da realtà storica. Così, in questo enorme spazio aperto tra persona e mito si muove Valeria Parrella con La ragazzina, romanzo finalista al Premio Campiello che non nasconde l’ottica precisa con cui l’Autrice sceglie di guardare Giovanna, annunciando fin dal titolo un’inequivocabile dichiarazione d’intenti: non Giovanna, non la Pulzella d’Orléans, non la santa, solo «la ragazzina». Parola che ridimensiona la monumentalità della figura e contemporaneamente ne restituisce età, corpo, inadeguatezza rispetto al ruolo che la storia le assegnerà: prima dell’eroina c’è una ragazza, prima della statua, un’adolescente che vive in un mondo nel quale qualcun altro ha già deciso che cosa una ragazza debba essere. E questo, guarda caso, non avveniva solo nel 1400 in Francia.

Questa l’intuizione migliore del romanzo. Meglio: ne è l’idea fondante, che giustifica titolo e senso del libro, da un lato recupera una concretezza che si fa carne sangue e ossa, dall’altra consente all’Autrice di rivolgersi continuamente al presente, ad una contemporaneità universale, diremmo, che fa coincidere quel tempo e quella storia con questo tempo e questa storia. La Guerra dei Cent’anni, l’assedio di Orléans, Carlo VII, le battaglie, la cattura, il processo e il rogo rimangono allora sullo sfondo come tappe di una vicenda ormai consegnata al tempo e alla Storia; in primo piano, invece, il progressivo formarsi di una volontà individuale che non accetta il ruolo che le è stato assegnato. È un processo, un itinerario di vita, che l’Autrice segue con partecipazione e coinvolgimento, e che fa diventare improvvisamente questa Giovanna, la Giovanna di Parrella, la ragazzina, interessante soprattutto prima ancora di diventare la Giovanna d’Arco dei libri, dei monumenti, degli altari: la ragazza inquieta, ostinata, turbata e incredula essa stessa delle proprie visioni e insieme immersa nella ordinaria concretezza di una famiglia, di un paese, di rapporti quotidiani.

Il romanzo trova qui il suo centro e i suoi momenti più felici. Il rapporto con la madre, la dimensione domestica, il modo in cui la giovane viene osservata e giudicata dagli adulti restituiscono alla vicenda una familiarità che la tradizione agiografica inevitabilmente cancella. Non possiede, il Medioevo di Parrella, la scientifica e minuziosa ricostruzione dello storico, semplicemente non ne sente minimamente la necessità: il fuoco è centrato sui rapporti fra le persone, di fatto accorciando la distanza di sei secoli non attraverso la filologia, ma attraverso emozioni e conflitti immediatamente riconoscibili. Anche la lingua, la scrittura, è figlia di questa scelta, che fa sì che assuma, la narrazione, tonalità quasi fiabesca, mentre nei dialoghi irrompa un’oralità decisamente contemporanea, talvolta perfino colorita del napoletano dell’Autrice. Anacronismo consapevole, naturalmente, che anche in questo caso è ben lontano da ogni pretesa di scientificità o di ipotesi di studio sulla lingua del Quattrocento francese, ma che ha lo scopo di far convivere la materia storica con la sensibilità del presente: e, effettivamente, quando l’equilibrio riesce, il risultato ha ritmo e leggerezza, e qualche volta anche una felice vena ironica.

Tuttavia proprio quest’uso cosi personale e originale della lingua segnala uno dei limiti del libro: la tendenza a sottolineare soverchiamente ciò che il racconto potrebbe già lasciar intendere. Sembra, Parrella, talvolta, non fidarsi abbastanza della forza narrativa della propria Giovanna: la sua ribellione, la sua estraneità rispetto alle aspettative degli adulti, la difficoltà che il potere incontra nel ricondurla entro una categoria conosciuta vengono troppo spesso spiegate anziché lasciare che semplicemente emergano dai dialoghi e dai fatti narrati. Il risultato è uno stile di scrittura che, nei momenti meno riusciti, passa dalla narrazione alla dichiarazione, come non avesse, l’Autrice, abbastanza fiducia nella trasparenza di ciò che va scrivendo o nell’intelligenza di chi, da quest’altra parte della pagina, legge e considera. È un limite che diventa progressivamente più evidente man mano che la vicenda procede, lasciando che la storia ceda via via il posto alla Storia. D’altra parte l’ingresso di Giovanna nella guerra e nella politica, la liberazione di Orléans, il rapporto con Carlo VII e infine la cattura e il processo sono raccontati con grande rapidità e la scelta è coerente con un romanzo che, come ormai dovrebbe esser chiaro, non vuole essere storico in senso tradizionale, ma questa scelta porta con sé l’effetto – forse non voluto – che gli avvenimenti fondamentali della sua esistenza acquistino piuttosto funzione di tappe di un percorso quasi scontato che, invece, di esperienze capaci di trasformare davvero il personaggio.

Quando il romanzo si avvicina alla zona ambigua di ciò che costituisce, poi, l’eccezionalità di Giovanna — le voci, la fede, il rapporto con il proprio corpo, l’incomprensione degli altri, la progressiva consapevolezza di avere ricevuto una missione — acquista certo una profondità che tuttavia avrebbe meritato maggiore spazio. Ed è proprio qui che l’operazione di Parrella mostra intera la propria ambivalenza: nel tentativo di liberare Giovanna dalle incrostazioni del mito e della leggenda, finisce per costruirne una nuova immagine, più luminosa e di certo più vicina alla sensibilità contemporanea, operazione che, se è in sé non solo legittima ma salutare, tuttavia fa sì che quanto più il personaggio viene utilizzato per rappresentare una condizione generale, tanto più perde quelle contraddizioni che lo rendono storicamente e umanamente irriducibile. Diventa, insomma una comune ragazzina d’ogni stagione, la cui vicenda è certo condivisibile ancor oggi ma che rischia di non trovare in sé abbastanza forza per sovvertire e mutare sul serio il corso della storia. Cosa che è riuscita, invece, alla Pulzella d’Orléans.

Il problema, dunque, non è certo l’attualizzazione, ma invece la sua misura: quando il passato viene letto quasi esclusivamente attraverso categorie contemporanee, rischia di perdere quella componente di alterità che avrebbe reso la vicenda più sorprendente, più rivoluzionaria, più innovatrice, perfino più sediziosa come in effetti è stata la vera Giovanna, che non ha bisogno di essere trasformata in una nostra contemporanea per parlarci e guidarci, ancor oggi. Porta con sé, la sua figura un ineludibile mistero che non è soltanto religioso o storico, ma psicologico: che ne sappiamo noi di cosa accade nella mente di una ragazza capace di assumere una missione così smisurata, straordinaria, inattesa? Quanto c’è di fede, di visione, di volontà, di costruzione politica? E che significa essere contemporaneamente giovane contadina, credente, guerriera e simbolo nelle mani d’altri, naturalmente uomini? Il romanzo non pretende di rispondere a queste domande; e sarebbe naturalmente ingiusto rimproverar l’Autrice di non aver scritto un libro diverso. Ma talvolta la sua narrazione sembra sfiorare questi temi enormi senza avere il tempo, il desiderio, la volontà, la forza, di sostarvi, di gran lunga preferendo la chiarezza del gesto alla contraddizione del personaggio, il significato alla zona d’ombra.

Nonostante questo, La ragazzina è un libro intelligente, scritto con una precisa consapevolezza formale e con un’idea forte; ma è anche un libro nel quale l’idea, proprio perché forte, finisce qualche volta per prendere troppo spazio alla materia narrativa. E poi proprio la narrazione certo avrebbe tratto gran giovamento, al di là di tutto, smettendo di interpretare e spiegare questa vicenda piuttosto che semplicemente raccontandola. Resta il rimpianto di non aver potuto leggere, per mano della stessa Autrice dalla penna così acuta e consapevole, dell’ambiguo enigma e della forza carismatica d’una ragazzina che riuscì nell’impresa di cambiare il Mondo in cui viveva. E forse, per una ragazza che ha attraversato sei secoli continuando a non lasciarsi spiegare del tutto, è proprio il mistero ciò che avremmo voluto avvertire e assaporare.