È sorprendente constatare quanto possano risultare potenti parti incomplete di opere perdute. Una testa senza corpo, una mano separata dal braccio, un torso mutilato, un volto consumato dal tempo, una statua spezzata dalla guerra. Frammenti che a prima vista raccontano una perdita, ma che, osservati più a lungo, finiscono per acquistare una presenza quasi più intensa dell’opera completa a cui appartengono.
È da questa apparente contraddizione che prende avvio Broken. Il potere del frammento, la grande mostra che dal 25 settembre 2026 al 24 gennaio 2027 porta a Palazzo Strozzi oltre ottanta opere, dall’antichità fino all’arte contemporanea.
Un percorso costruito dalla Fondazione Palazzo Strozzi e dalla National Gallery of Art di Washington – dove la mostra sarà presentata dal 3 marzo al 27 giugno 2027 – che attraversa civiltà, epoche e geografie molto lontane tra loro, mettendo in dialogo archeologia e contemporaneità, distruzione e conservazione, memoria e oblio.
Cosa succede a un’opera quando non è più intera?
Il frammento nasce quasi sempre da una sottrazione. È il tempo a consumarlo, una guerra a colpirlo, un terremoto a seppellirlo, un atto iconoclasta a distruggerlo. Oppure è la natura stessa a selezionare ciò che sopravviverà.

Ma la mostra suggerisce che il frammento non debba essere considerato soltanto come una testimonianza incompleta del passato. A un certo punto della sua storia, ciò che resta può diventare qualcosa di diverso: un’opera con una propria forza visiva, capace di parlare anche oltre l’originale perduto.
È una delle intuizioni più felici di Broken: non cercare continuamente di ricostruire ciò che non c’è più, ma imparare a guardare ciò che è rimasto. Una sensibilità che affonda le radici nell’antichità e attraversa secoli di storia dell’arte. Già Plinio, raccontando il Colosso di Rodi abbattuto da un terremoto, ricordava come anche nella rovina l’opera continuasse a suscitare meraviglia. Il grande corpo caduto non aveva smesso di essere spettacolare.
Forse perché la rovina contiene una promessa: quella di qualcosa che conosciamo soltanto attraverso l’immaginazione.
Le prime sale conducono immediatamente dentro questa ambivalenza.
La sezione Volti riunisce frammenti che sembrano conservare una forma particolare di presenza. Il Naso e labbra di Akhenaton, proveniente dal Metropolitan Museum of Art, basta da solo a evocare un volto che non vedremo mai più interamente. Accanto, la testa di Sesostri III, il volto del Bodhisattva Avalokiteshvara, un ritratto commemorativo Akan e frammenti di sculture medievali e classiche costruiscono una sorta di galleria di presenze interrotte.

Il volto, privato del corpo, diventa quasi più enigmatico. Non racconta più soltanto chi rappresentava: racconta anche la propria sopravvivenza.
Ancora più fisica è la sezione Corpi, dove il frammento diventa anatomia.
Il Guerriero con scudo di Mont’e Prama, il Torso di Livorno, il colossale torso di Domiziano come Ercole, la Venere accovacciata, la figura femminile scarificata di Tamtoc: corpi che non hanno più bisogno di essere completi per suggerire movimento, forza, identità.
E qui la mostra mette in evidenza una delle caratteristiche più sorprendenti del frammento: l’immaginazione completa ciò che la materia non conserva.
Un braccio suggerisce un gesto. Un torso racconta una postura. Un volto senza corpo conserva una personalità. La parte finisce così per contenere il tutto.
Ma il frammento non è sempre il risultato casuale del tempo. Talvolta qualcuno lo ha prodotto deliberatamente. La sezione Iconoclastie è forse tra le più politicamente dense dell’esposizione perché mostra come la distruzione delle immagini sia spesso anche una forma di potere.
Frammenti di monumenti antichi, sculture legate alla monarchia francese abbattute durante la Rivoluzione, una pala d’altare medievale danneggiata, la testa di un Magus proveniente da Notre-Dame. E poi un’opera di Adolfo Wildt: il busto di Mussolini attraversato dai colpi sparati dai partigiani.

Qui il frammento cambia natura. Non è più soltanto ciò che il tempo ha lasciato. È la traccia concreta di un conflitto sulla memoria. Colpire una statua significa colpire ciò che rappresenta. Decapitarla, mutilarla, abbatterla significa tentare di interrompere il rapporto tra una comunità e il proprio passato. E tuttavia, paradossalmente, la distruzione produce una nuova testimonianza. La statua non c’è più come prima, ma il suo frammento racconta il gesto che l’ha distrutta.
La sezione Guerra e colonialismo riunisce opere segnate dalla violenza della storia: la Pietà di Praga, danneggiata dagli incendi e dalla guerra; i gessi di Canova colpiti dai bombardamenti della Prima guerra mondiale; una testa di Buddha proveniente da Borobudur, rimossa nel XIX secolo; una statua di Rama sottratta durante il conflitto civile cambogiano.
Qui la domanda non riguarda più soltanto l’estetica. Chi possiede un frammento? Chi ha il diritto di conservarlo? Chi può esporlo? Quando un’opera entra in un museo dopo essere stata rimossa dal proprio luogo d’origine, la sua storia continua a essere soltanto quella dell’arte oppure diventa anche una storia di potere?
Broken non pretende di risolvere questioni tanto complesse, ma ha il merito di renderle visibili attraverso la materia stessa delle opere. La mutilazione, in questo caso, non è una metafora. È un documento.

Esiste poi una forma di distruzione senza intenzione. Il mare, l’umidità, il fuoco, l’acqua, il tempo. La sezione Natura racconta proprio questo processo, mostrando come anche gli elementi naturali possano diventare inconsapevoli autori di nuove forme.
Il Ragazzo accovacciato recuperato dal relitto di Antikythera porta con sé la lunga permanenza negli abissi. Un braccio di un pugile conserva la potenza di un corpo che non esiste più. Una figura Jarai del Vietnam è concepita con materiali destinati a decomporsi: la fragilità non è un incidente, ma parte dell’opera.
E a Firenze, il Cristo portacroce del Museo di San Marco porta ancora le tracce dell’alluvione del 1966. Il danno, qui, non viene cancellato. Diventa storia.
Ma cosa accade quando il frammento viene ricomposto? Una statuetta africana del Museo Archeologico Nazionale di Firenze unisce una testa bronzea ellenistica a un corpo rinascimentale. Francesco Vezzoli, con The Swan del 2023, lavora invece sulla possibilità di costruire un nuovo corpo a partire da frammenti antichi.
Non si tratta più di ricostruire fedelmente un originale. Si tratta di inventare una nuova totalità.
La logica del pars pro toto – la parte che rappresenta il tutto – attraversa opere molto diverse: un frammento romano con una mano e un avambraccio, un elemento Lambayeque, un reliquiario bizantino contenente il braccio di sant’Anna.
Il corpo, in fondo, è sempre stato uno dei luoghi privilegiati in cui l’umanità ha cercato di rappresentare l’idea di totalità. Spezzarlo significa perderla.Ricostruirlo significa inevitabilmente interpretarla.

È qui che il frammento smette definitivamente di essere sinonimo di perdita. Perché può anche essere una scelta. Il percorso dedicato a Scolpire il frammento mette in relazione il gigantesco frammento della mano destra del Colosso di Costantino con il Torso del Belvedere e con Michelangelo, per arrivare a Rodin e alla moderna autonomia del frammento.
L’incompiuto michelangiolesco è fondamentale in questo passaggio: ciò che non è finito non coincide necessariamente con ciò che non è riuscito. Può essere una forma di libertà.
Rodin porterà questa intuizione ancora più lontano, isolando parti del corpo e trasformandole in sculture autonome. L’Homme qui marche diventa così un corpo senza testa e senza braccia, eppure capace di trasmettere con straordinaria evidenza l’idea stessa del movimento. Da quel momento il frammento non deve più giustificare la propria incompletezza. Può semplicemente essere.
La mostra compie quindi un salto temporale che non appare affatto artificiale.
Le opere di Louise Bourgeois, Fred Wilson, Alina Szapocznikow, Huma Bhabha e Paul Thek dimostrano come il corpo frammentato sia diventato uno dei grandi linguaggi dell’arte contemporanea. Il corpo non è più soltanto anatomia. È identità, memoria, trauma, desiderio, costruzione sociale.

In questo contesto acquistano particolare forza i lavori di Danh Vo, artista nato in Vietnam nel 1975 e arrivato in Danimarca dopo essere fuggito dal proprio Paese con la famiglia.
Vo lavora da anni con frammenti, oggetti, reperti e immagini provenienti da contesti differenti. Nella sua pratica la separazione non è soltanto una condizione materiale: diventa esperienza biografica, geografica e culturale.
I frammenti di antiche sculture, inseriti in valigie Rimowa o assemblati in strutture contemporanee, sembrano portare con sé una domanda precisa: cosa succede quando un oggetto perde il proprio luogo? È una domanda che attraversa buona parte di Broken.
Ancora più sorprendente è il lavoro di Paul Pfeiffer, che porta il tema della frammentazione dentro la cultura pop. In Incarnator, Justin Bieber viene rappresentato attraverso differenti parti del corpo realizzate da scultori provenienti da Messico, Spagna e Filippine, utilizzando tecniche legate alla tradizione della produzione delle immagini sacre.
Il risultato è straniante. La star contemporanea diventa una sorta di reliquia. Il culto delle celebrità si sovrappone così alla storia delle immagini religiose e alle complesse vicende coloniali che hanno accompagnato la circolazione delle opere e delle tecniche.
È un cortocircuito che funziona proprio perché il frammento permette alla mostra di attraversare epoche lontanissime senza cercare una falsa continuità.

Fuori dalle sale, nel cortile rinascimentale di Palazzo Strozzi, il dialogo prosegue con Mark Manders e il suo Silent Studio (Reduced to 88%). Un atelier temporaneo occupa lo spazio storico come se fosse stato improvvisamente congelato.
Mobili, oggetti, pagine di giornale illeggibili, fotografie della polvere: tutto appare familiare e insieme sospeso. Anche qui qualcosa è incompleto. Ma non perché sia stato distrutto. Perché non è ancora interpretabile. È un frammento di realtà sottratto alla sua funzione e trasformato in scultura.
Il merito principale di Broken sta forse proprio nel non voler trasformare il frammento in una semplice nostalgia dell’intero. La mostra non dice: ecco ciò che abbiamo perduto. Dice piuttosto: guardate cosa può ancora raccontare ciò che abbiamo perduto.
È una differenza sostanziale. Perché un frammento non è necessariamente un’opera incompleta. Può essere una reliquia, una ferita, una prova, una scelta estetica, un oggetto politico, una memoria familiare, un gesto di protesta o l’inizio di una nuova opera. E può diventare persino più potente proprio perché non permette una visione totale.
A Palazzo Strozzi, tra teste senza corpi, corpi senza volti, statue mutilate, opere ricomposte e nuove sculture nate dalla separazione, il visitatore è costretto a fare ciò che raramente gli viene chiesto davanti a un’opera d’arte: immaginare. Immaginare ciò che manca. Immaginare ciò che è accaduto. Immaginare ciò che avrebbe potuto essere.
Ed è forse questa la vera forza del frammento: non chiude una storia, ma la lascia aperta. Perché ciò che è intero può raccontarci ciò che è. Ciò che è spezzato ci costringe invece a chiederci che cosa è stato, chi lo ha spezzato e, soprattutto, che cosa può ancora diventare.



